.RU

Capitolo terzo - In mezzo all'aperta pianura, sotto un cielo senza stelle, nero d'un nero d'inchiostro, un uomo...


Capitolo terzo



 

Quella domenica, alle otto di sera l'osteria del Risparmio era già vuota; seduto al solito posto, il capo appoggiato alla parete, restava Souvarine.

Nei locali non s'erano mai visti così pochi clienti come adesso; è che, tra i minatori, era ormai una mosca bianca chi riusciva a rimediare i due soldi della birra. Al banco, la Rasseneur non usciva da un silenzio ingrugnato; mentre il marito in piedi presso la stufa seguiva sovrappensiero il fumo rossiccio che si svolgeva dal carbone. Quando, nel silenzio del locale surriscaldato, un bussare di nocche contro i vetri della finestra fece volgere Souvarine; che si alzò: aveva riconosciuto i tre colpetti secchi con cui Stefano, le volte che passando sulla strada lo vedeva solo al tavolo, lo chiamava fuori. Ma prima che il meccanico raggiungesse la porta, già l'oste l'aveva aperta; e, riconoscendo Stefano nel rettangolo di luce che la finestra rifletteva sulla strada:

-Che sono queste storie? - gli diceva. - Temi forse che io ti faccia la spia? Entra; starete sempre meglio dentro, a discorrere.

Il giovane entrò. Rivedendolo, premurosa la Rasseneur fece l'atto di mescergli una birra; ma lui d'un gesto rifiutò; mentre il marito proseguiva:- Non è da ora che so dove ti nascondi. Se io fossi la spia che i tuoi amici vanno dicendo, i gendarmi te li saresti visti capitare da un po'.

- Non hai bisogno di dirmelo, - l'altro rispose. - Lo so che non hai mai mangiato di quel pane... Si può non avere le stesse idee e stimarsi lo stesso.

Seguì un silenzio. Souvarine aveva ripreso il suo posto, le spalle al muro, lo sguardo perso nelle spire dell'immancabile sigaretta. Irrequiete, le mani gli andavano da sé sulle ginocchia, come vi cercassero qualcosa; qualcosa che gli mancava; ed era, senza che lui se ne rendesse conto, il tepido pelame di Polonia.

Fu Stefano, che gli si era seduto di fronte, a rompere il silenzio:

- Dunque, sapete la notizia? Domani al Voreux il lavoro riprende. Négrel è tornato con gli uomini.

- Già! - confermò Rasseneur, ritto al tavolo. - Hanno aspettato che facesse buio, a scaricarli. Purché adesso non si ricominci coi subbugli... - E, spallucciando, a Stefano:

-Non è, sai, Stefano, per ricominciare a discutere... Soltanto, andrà a finire male, se vi intestate oltre. Vedi? si ripete per voi quello che sta succedendo per l'Internazionale. Avantieri ero a Lilla per affari; e per l'appunto ho incontrato Pluchart. Ebbene, le cose non vanno come vorrebbe; pare che l'associazione minacci di sfasciarsi... Entrò in particolari. Dopo aver conquistato le masse operaie di tutto il mondo con una rapidità di cui la borghesia ancora tremava, ora l'Internazionale andava ogni giorno più perdendo terreno, minata all'interno da competizioni e dissidi. Da quando gli anarchici vi avevano preso il sopravvento e ne avevano scacciato i riformisti della prima ora, la baracca scricchiolava; la lotta fra le diverse tendenze aveva relegato in soffitta il programma iniziale, quello della riforma del salariato; mentre l'insofferenza per la disciplina toglieva, in alto come in basso, ogni autorità ai capi. Tanto che si poteva fin d'ora prevedere il fallimento di quella ribellione delle masse che per un momento aveva minacciato di spazzare via d'un colpo la vecchia società capitalistica.

- Pluchart ci fa una malattia, - proseguì Rasseneur. - In conseguenza di questo stato di cose lui non è più ascoltato affatto. Ciò nonostante, non molla, seguita a tenere discorsi. Uno, anzi, ha intenzione di tenerlo a Parigi... Quanto al nostro sciopero, lui lo considera fin d'ora fallito; me l'ha detto e ripetuto più volte.

A capo basso, Stefano lo lasciava dire, senza muovere obiezioni. Il giorno prima, in un abboccamento che aveva avuto coi compagni, s'era accorto che cominciava a spirare contro di lui un vento di fronda; aveva avvertito nei loro discorsi quei primi segni di impopolarità che annunciavano la disfatta. Ma non voleva confessare l'abbattimento che solo il viso tradiva, davanti all'uomo che gli aveva predetto che, alla prima delusione, la folla gli si rivolgerebbe contro e che quel giorno anche lui assaggerebbe i suoi fischi.

- Certo, - ammise, - neanch'io mi illudo: lo sciopero è fallito. Ma era previsto, questo. E' stato uno sciopero che, in gran parte, noi abbiamo subìto, con poca speranza di spuntarla. Senonché ci si monta la testa, ci si fanno delle illusioni; e quando le cose si mettono male, ci si scorda che bisognava aspettarselo, cominciano le recriminazioni, e ci si incolpa a vicenda come davanti a un disastro capitato fra capo e collo.

- Ma allora, - disse Rasseneur, - se credi la partita perduta, perché non lo fai capire ai tuoi e non li persuadi a cessare lo sciopero?

Stefano lo fissò bene in faccia:

-Senti, non insistere su questo punto. Tu hai le tue idee e io le mie: il che non impedisce che io ti stimi; non sarei entrato, se non fosse così. Ma io resto sempre di avviso che se noi soccomberemo in piedi, le nostre carogne di morti di fame saranno sempre più utili alla causa del popolo che non tutta la tua politica di uomo giudizioso... Ah se uno di questi vigliacchi di soldati mi mettesse una pallottola nel cuore, come sarei contento di finire così! - Dicendo, gli occhi gli si erano inumiditi. Era stato il grido del vinto; con esso il giovane s'era augurato l'unica sorte che potesse liberarlo dai dubbi e dai rimorsi tra i quali si dibatteva.

- Bravo! - approvò nella sua intransigenza la Rasseneur, fulminando di un'occhiata di sprezzo l'accomodante marito.

Con le mani sempre inquiete, brancicanti sulle ginocchia, Souvarine seguitava a fissare il vuoto e non dava segno d'udire. Il suo viso femmineo, dai baffetti biondi, il naso sottile, la minuta dentatura di rosicante, con l'espressione di crudeltà che prendeva, tradiva le visioni che passavano per quel capo di mistico sanguinario. Solo adesso aprì bocca, indottovi da una parola che il suo cervello aveva colto nei discorsi di Rasseneur, e che il suo cervello ruminava ancora. Come parlando a se stesso:

- E' tutta un'accolta di vigliacchi! Non c'era che un uomo capace di fare dell'Internazionale uno strumento di distruzione formidabile. Ma occorrerebbe volere; nessuno vuole ed è perciò che una volta ancora la rivoluzione abortirà.

E mentre alle sue confidenze di sonnambulo gli altri due restavano a guardarlo sconcertati, seguitò a sfogarsi sulla imbecillità degli uomini col tono d'uno che è stomacato di tutto. In Russia nulla andava bene; le notizie che aveva ricevuto di là gli avevano tolto ogni speranza. Tutti i suoi compagni d'un tempo s'erano dati alla politica; i famosi nichilisti al cui nome in Europa si tremava, - figli di popi, piccoli borghesi, commercianti - non andavano oltre il ristretto orizzonte della liberazione nazionale; avevano l'aria di credere che, una volta tolto di mezzo lo zar, il mondo sarebbe bell'e liberato. E, appena egli parlava loro della necessità di falciare alle radici come una messe matura la vecchia umanità, appena anzi pronunciava l'innocentissima parola repubblica, non era più capito, era anzi sospettato; come ormai fuori gioco, lo si metteva nel numero dei teorici falliti del cosmopolitismo rivoluzionario. Tra tutte queste accuse, il suo attaccamento al paese dov'era nato traspariva tuttavia dall'amarezza con cui ogni tanto esclamava:

- Stupidi! Non verranno mai a capo di niente, con delle idee così balorde!

Poi, smorzando ancora la voce, in frasi amare rievocò il suo antico sogno di fraternità. Se aveva rinunciato ai beni e alla posizione cui la sua nascita gli dava diritto, se aveva fatto causa comune con gli operai, era stato unicamente nella speranza di vedere finalmente sorgere una nuova società fondata sul lavoro di tutti. Per anni, i soldi delle sue tasche erano passati nelle mani dei monelli della borgata operaia; per anni, egli aveva testimoniato ai suoi compagni di lavoro un affetto di fratello, sorridendo alle loro diffidenze, conquistandoseli col suo fare tranquillo d'operaio puntuale e poco loquace. Eppure, in tanto tempo, ad affratellarseli davvero non era riuscito; ai loro occhi egli restava un estraneo: da essi lo divideva la sua irriducibile avversione per ogni legame, la volontà di restare padrone di sé, il suo disprezzo per i piaceri e le meschine vanità.

Quel mattino, poi, una notizia di cronaca letta sui giornali, lo aveva messo fuori dei gangheri.

A questo punto, rivolgendosi a Stefano, con gli occhi che gli lampeggiavano:

-Come la intendi tu, una cosa così? Voglio dire quei due operai d'un cappellificio di Marsiglia che, avendo vinto a una lotteria centomila franchi, non hanno saputo di meglio che investirli in tanti titoli; e hanno dichiarato che d'ora innanzi si proponevano di vivere di rendita senza più lavorare!... Sì, mica soltanto loro: voi francesi, siete così tutti; è la vostra aspirazione di tutti voi operai questa: di scovare un tesoro per ritirarvi in qualche cantuccio a godervelo da soli, nell'ozio, trincerati nel vostro egoismo. Avete un bel gridare contro i ricchi, se poi vi manca il coraggio di rendere ai poveri persino il danaro che vi piove dal cielo! Finché sarete così attaccati al vostro e fintantoché il vostro odio per i borghesi sarà solo effetto dell'invidia di non essere al posto loro, non sarete mai degni d'una sorte migliore!

Come? quei due, secondo lui, avrebbero dovuto rinunciare alla vincita? Una simile pretesa gli apparì così balorda, che Rasseneur scoppiò in una risata.

Davanti alla sua ilarità e al silenzio dell'altro, Souvarine divenne verde; preso da una di quelle sacre collere che sterminano i popoli, con un viso che faceva paura:

-Sarete tutti spazzati dalla faccia della terra, buttati a marcire, voialtri francesi, se la pensate così! Nascerà colui che annienterà la vostra razza di infingardi e di gaudenti! Vi dico di più: le vedete le mie mani? se ne avessi la forza, afferrerei io la terra come afferro questo tavolo, la scrollerei sino a mandarla in frantumi perché le sue macerie vi seppellissero tutti quanti!

- Ben detto! - approvò di nuovo la Rasseneur, metà per convinzione, metà per cortesia.

Seguì un silenzio. Poi, Stefano ricadde a parlare degli operai assoldati nel Belgio. Avrebbe voluto sapere da Souvarine che disposizioni erano state prese al pozzo per proteggerli. Ma Souvarine, ricaduto nel trasognamento, rispondeva appena: tutto ciò che gli constava era ch'era stata fatta una distribuzione di cartucce agli uomini di guardia. Intanto l'irrequietezza delle mani sui suoi ginocchi era giunta a un punto che, ecco, l'uomo si rese conto di quello che gli mancava: - Dov'è Polonia?

Alla domanda, l'oste allungò un'occhiata alla moglie; poi scoppiò in una nuova risata. E dopo un attimo d'esitazione:

-Polonia? E' al caldo, Polonia! - (Dopo il suo movimentato incontro con Gianlino, la grossa coniglia, rimasta certo ferita, non aveva più partorito che coniglietti morti; e, per non mantenere una bocca inutile, proprio quel giorno lì ci si era rassegnati a metterla in casseruola con contorno di patate).

- Sì, ne hai mangiato una coscia anche tu, stasera. E se non sbaglio ti sei leccato le dita.

Souvarine subito non aveva afferrato. Impallidì, il mento gli tremò. Ma i due non ebbero il tempo di notarlo: la porta s'era aperta, Chaval entrava, spingendosi avanti Caterina.

Dopo essersi ubriacato di birra e di fanfaronate in tutti i locali di Montsou, ora veniva al Risparmio, per far vedere agli antichi compagni che non aveva paura.

- Ti dico che berrai anche tu una birra qui. E vedremo se c'è qualcuno che s'arrischia a guardarmi in cagnesco.

Scorgendo a un tavolo Stefano, la ragazza si sbiancò; mentre il suo compagno partiva in una sghignazzata provocante.

- Due birre, madama! Noi si brinda alla ripresa del lavoro!

Nel silenzio che s'era fatto nel locale, senza rispondere motto, la Rasseneur li servì. Né l'oste né i due al tavolo avevano dato segno di udire. Lui allora, in un crescendo d'arroganza:

-Conosco qualcuno che è andato a dire che io sono una spia. Me lo ripeta un po' in faccia; così si liquida la partita.

Nessuno rispose. Gli uomini volsero altrove il capo, distrassero gli occhi sulle pareti.

Quello, alzando ancora la voce:

-C'è chi si nasconde e c'è chi non si nasconde. Io, da nascondere non ho niente. Ho piantato Deneulin e la sua sporca baracca; e domani scendo al Voreux, perché c'è gente che mi stima e m'ha affidato dodici belgi da comandare. E se la cosa dà ai nervi a qualcheduno, può dirlo: si discorrerà.

Non ricevendo neanche adesso risposta, Chaval scaricò la sua stizza sulla ragazza:

-Vuoi bere o no? Brinda con me alla salute di tutti i porci che si rifiutano di lavorare! con l'augurio che possano schiattare.

Caterina ubbidì, ma con mano così tremante che fu molto se si avvertì l'urto dei due bicchieri. Chaval aveva intanto cavato di tasca e, con l'ostentazione dell'ubriaco, faceva saltare nella palma una manciata di monete d'argento:

-Danaro mio sacrosanto, guadagnato col sudore della fronte! Sfido qualcuno qui dentro a fare altrettanto: scommetto il collo che non arriva a tirar fuori dieci soldi.

Nessuno neanche adesso fiatò. Esasperato, Chaval allora passò all'attacco diretto:

-Sicché, - prese a dire, - è di notte che i bagherozzi sbucano fuori? bisogna aspettare che i gendarmi siano a nanna per incontrare le facce proibite?

Stefano si alzò, calmissimo: - Senti, tu mi annoi... Sì, sei una spia. Il tuo danaro puzza di tradimento lontano un miglio. E se non ti ho udito finora, è che mi schifa toccare la tua pelle di venduto. Ma tant'è! io sono quello che cerchi: è da un po' che tra noi c'è un conto sospeso.

Chaval strinse i pugni.

- Ora sì! ma ce n'è voluto per svegliarti, pezzo d'un vigliacco! Tu da solo, ci sto. Preparati a pagarmi le mascalzonate che mi hai fatto.

Caterina già s'avanzava supplichevole fra i due; ma i due non ebbero bisogno di respingerla. Vinto il primo impulso, da sé la ragazza si ritrasse: questa volta o un'altra, doveva ben finire così. Paralizzata da un'angoscia che la ammutoliva e le impediva persino di tremare, s'appoggiò alla parete, gli occhi sbarrati sui due uomini che stavano per scannarsi a causa sua.

Senza fretta, la Rasseneur si alzò a ritirare, per precauzione, i bicchieri dal banco; poi, olimpica, si risedette. Dare a vedere anche solo curiosità, non sarebbe stato confacente alla sua dignità di padrona.

Non si poteva però lasciare che due vecchi compagni di lavoro si sgozzassero così; e Rasseneur si ostinava a intervenire tanto che Souvarine dovette scomodarsi; venne a prenderlo per una spalla e riconducendolo al tavolo:

-Non ti impicciare, non ti riguarda... Ce n'è uno di troppo: sopravviverà il più forte.

Senza attendere che l'altro attaccasse, già Chaval sferrava pugni a vuoto. Era lui il più alto e il più snello. Mirava al viso; e, buttandosi avanti impetuoso col corpo, avventava ora l'uno ora l'altro braccio come maneggiasse due spade; senza lasciar per questo di lanciare all'avversario insulti sempre più sanguinosi, un po' per la platea, un po' per eccitarsi.

- Ah ruffiano della malora! è il suo naso che voglio! per ficcarmelo in culo! Su, fammela vedere quella ghigna, quello specchietto per puttane, che io ne faccia del pastone per i maiali! vedremo, dopo, se quelle troie di donne ti correranno ancora dietro!

Stefano invece si manteneva corretto. Zitto, serrando i denti, stava in guardia, raggomitolato in sé, riparandosi coi pugni il petto e la faccia; per balzare avanti, spiato il momento, come una molla che scatta e assestare all'avversario tremendi colpi di punta.

Sul principio, non si fecero gran male. L'avventarsi a catapulta dell'uno, la fredda attesa dell'altro tiravano il duello in lungo. Sotto le spesse suola la rena scricchiolava. Una sedia ribaltò. Ma alla lunga non poteva durare; già i respiri si facevano mozzi e affannosi, mentre l'afflusso del sangue congestionava i visi che diventavano paonazzi.

- Toccato! - urlò Chaval. - Ho la tua carogna!

Vibrato di sbieco, il pugno di Chaval s'era infatti abbattuto come una mazza sulla spalla di Stefano, in un tonfo sordo di muscoli che si ammaccano. Soffocando un gemito, fulmineo Stefano rispose con un diretto, che avrebbe sfondato il petto dell'altro se questi, in uno dei suoi continui salti di capra, non si fosse scansato. Il colpo tuttavia lo raggiunse al fianco sinistro, abbastanza forte ancora per farlo vacillare e mozzargli il respiro.

Sentendosi dal dolore infiacchire le braccia, Chaval nell'ira gli si scaraventò contro col piede alzato, mirando al ventre e tartagliando strozzato:

-Piglia! le budella, voglio vederti!

Il calcio andò a vuoto; ma la slealtà del colpo indignò Stefano, che alfine uscì dal suo silenzio:

-Taci una volta, animale! E non i piedi, perdìo! o prendo la sedia e ti fracasso il cranio!

Allora il duello s'invelenì. Di nuovo, Rasseneur fece l'atto di intervenire; ma un'occhiataccia della moglie lo fermò: non era pubblico il locale? anche lì due clienti potevano bene regolare i loro conti. L'oste allora si contentò di collocarsi davanti alla stufa, per evitare almeno che i due andassero a finirvi dentro. Impassibile, Souvarine si arrotolava una sigaretta, ma si scordava d'accenderla. Contro il muro, Caterina pareva una statua; solo le mani le erano andate alla cintola, nervose le dita gualcivano la stoffa. Tutta la sua volontà era tesa nello sforzo di non lasciarsi sfuggire un grido che, tradendola, avrebbe esposto uno dei due duellanti a più duri colpi; nello smarrimento del resto in cui si trovava, chi dei due s'augurava ne uscisse, a lei stessa sarebbe stato difficile dire.

L'avventare colpi all'impazzata finì presto per spossare Chaval. Nonostante l'ira che sempre più lo invadeva, Stefano invece seguitava a stare in guardia e quasi sempre riusciva a parare. Qualche colpo tuttavia lo sfiorava: e uno gli aveva lacerato il padiglione dell'orecchio, quando, subito dopo, un'unghiata gli azzannò il collo, causandogli un tale dolore che, prorompendo anche lui in bestemmie, vibrò al petto dell'altro uno dei suoi poderosi diretti. Ancora una volta, chinandosi fulmineo, Chaval lo evitò; ma per riceverlo in pieno viso. Il pugno gli schiacciò il naso e sfondò un occhio che si tumefece, divenne violaceo; mentre dalle nari il sangue sgorgava copioso. Intontito dal colpo, accecato dall'emorragia, lo sciagurato annaspava con le braccia l'aria quando un secondo colpo di punta, raggiungendolo finalmente in pieno petto, lo stramazzò all'indietro col tonfo sordo d'un sacco di cemento.

Stefano s'arrestò.

- Alzati. Se non ti basta, si ricomincia.

Passò qualche secondo prima che l'altro desse segno di vita. Rimessosi a fatica sulle ginocchia, restò lì un momento, raggomitolato in sé; la mano gli andava alla coscia come se la tastasse. Ma, appena si fu rizzato in piedi, eccolo di nuovo scaraventarsi, la gola gonfia d'un urlo selvaggio.

Senonché Caterina l'aveva visto frugarsi in tasca. Suo malgrado, dal cuore le traboccò un grido, che la stupì, perché la rivelò a se stessa:

-Guardati! Ha il coltello!

Stefano fece appena a tempo a parare col braccio il primo colpo. La spessa lama tagliò la maglia: una di quelle lame che una ghiera di rame fissa a un manico di bosso. Già il giovane s'era impadronito del polso di Chaval. S'impegnò un corpo a corpo furibondo; lui, sentendosi spacciato se mollava; l'altro, dando strattoni per svincolarsi. L'arma a poco a poco s'abbassava; irrigidite nella tensione, le due braccia si stancavano; due volte Stefano avvertì sulla pelle il gelo della lama. Allora in uno sforzo disperato, stritolò quel polso in una morsa tale che la mano si schiuse, lasciò cadere il coltello. Tutti e due si buttarono per riprenderlo; ma fu Stefano che lo agguantò, che lo brandì a sua volta. E prima che l'altro si rialzasse, gli fu sopra, col ginocchio lo inchiodò sul pavimento:

-Ah assassino, t'apro io la gola, adesso!

Di nuovo gli accendeva il sangue, gli intorbidava la vista, gli intronava le orecchie l'istinto omicida che ben conosceva. Mai, sebbene non fosse ebbro, lo aveva assalito con questa violenza. Eppure la volontà di non cedergli sopravviveva in lui; contro il folle impulso del suo sangue tarato lottava con la disperazione di chi, accecato di foia, s'astiene, sull'orlo d'uno stupro, dal consumarlo.

Finì per dominarsi; si buttò l'arma dietro le spalle; e con una voce che l'orgasmo ancora strozzava:

-Tirati su e toglimiti davanti!

Questa volta, Rasseneur non aveva resistito; gridando:

-Fuori, fuori di qui, se volete accopparvi! - (così agitato che la moglie, impettita al banco, gli aveva seccamente osservato che gridava sempre prima del tempo), s'era precipitato; ma tenendosi fuori di tiro, per paura di buscare una coltellata.

Souvarine, che per poco non era stato colpito dal lancio del coltello, si decideva ad accendere la sigaretta mentre Caterina, andando con gli occhi da Stefano a Chaval e vedendoli tutti e due vivi, in una specie di istupidimento, si chiedeva se era finita.

- Vattene! - ripeté Stefano. - Vattene o ti finisco!

L'altro si alzò, s'asciugò col dorso della mano il sangue che seguitava a scorrergli dal naso e a imbrattargli il mento; e in quello stato s'avviò, strascicando i piedi e bestemmiando di rabbia, verso l'uscita. Come un automa, Caterina fece l'atto di seguirlo; ma lui voltandosi di colpo, squadrandola e vomitando improperi:

-Ah no, ah no! Poiché è lui che vuoi, va' con lui, carogna. E da me non rimettere piede, se ci tieni alla pelle!

Ed uscì sbattendo con fracasso la porta. Nel silenzio che si fece s'intese di nuovo il borbottio del carbon fossile che si consumava nella stufa. Per terra non restava che la sedia ribaltata e qualche chiazza di sangue che la sabbia beveva

 

 

Capitolo quarto



 

Venuti via dal Risparmio, Stefano e Caterina si avviarono fianco a fianco in silenzio. Il disgelo cominciava, un lento disgelo che insudiciava la neve senza scioglierla. Lassù, nel cielo livido, cacciati da un vento di tempesta, neri nuvoloni s'accavallavano, si stracciavano; dietro i quali s'indovinava la luna piena; mentre sulla terra non spirava soffio d'aria e nel silenzio s'udiva solo lo sgrondare dei tetti, lo staccarsene ogni tanto e il cadere molle di qualche cuscinetto di neve.

Il giovane, preoccupato di trovarsi così di punto in bianco la ragazza tra le braccia, nel suo impaccio non trovava nulla da dire. Che fare? portarla con sé nel suo nascondiglio di Réquillart, gli appariva assurdo. All'offerta, d'altronde, che lui le aveva fatto di ricondurla a casa sua, lei s'era rifiutata: oh no! qualunque cosa, piuttosto che ricadere a vivere a carico dei genitori, dopo averli piantati in così malo modo! Per cui né l'uno né l'altro parlavano più; procedevano davanti a sé senza meta, per le strade che il disgelo mutava in fiumi da fanghiglia. Prima, erano scesi verso il Voreux; poi preso a destra e ora camminavano fra il terrapieno e il canale. - Dovrai ben dormire, in qualche posto, - lui finì per dire. - Se avessi almeno io una camera... - Ma una strana timidezza gli impedì di proseguire. Gli sovvenne del loro passato, del gran desiderio che avevano provato l'uno per l'altro, degli scrupoli e dei pudori che avevano impedito che si amassero. Era dunque perché la desiderava ancora che si sentiva così turbato? e che ora al pensiero di lei avvertiva di nuovo un caldo al cuore? E perché adesso il ricordo degli schiaffi ricevuti dalla ragazza, anziché irritarlo, lo eccitava? Se dunque non s'ingannava, quale migliore occasione poteva offrirglisi di questa? - Risòlviti, suvvia: dove vuoi che ti conduca? Ti sono dunque decisamente antipatico, per rifiutarti così a venire a stare con me?

Caterina che, in zoccoli, ogni momento in tutta quella fanghiglia scivolava, gli teneva dietro a fatica. A capo basso:

- Sono già avvilita abbastanza; non mi amareggiare anche tu, - supplicò. - Che bene ce ne verrebbe, me lo dici, dal metterci insieme, ora che io ho un amante e tu pure hai una donna?

Alludeva alla Mouquette. Non era di dominio pubblico quella relazione? Lui le giurò che non era vero; ma lei scosse il capo:

-Non ti ricordi più che una sera vi ho sorpresi che vi baciavate in bocca?

Lui arrestandosi:

- Tutte sciocchezze! Peccato che siano esse a impedirci di stare insieme. Si sarebbe andati così bene d'accordo!

Lei, commossa:

-Va' là, Stefano, non rimpiangere! ci perdi poco!

Sapessi che stecco sono! così magra e così mal combinata che, certo, non diventerò mai una donna! - E seguitò su questo tono: si trovava mille difetti; s'accusava di quel ritardo di pubertà come d'una colpa. Pur avendo un amante, lei restava sempre una ragazzina e quella immaturità la diminuiva ai propri occhi. Quando si ha la possibilità di mettere al mondo dei bambini, allora perlomeno si ha una scusa a far l'amore.

Stefano, a udirla parlare così, si sentì stringere il cuore da una grande pietà:

-Mia povera piccina! - mormorò.

Si trovavano nell'ombra che proiettava il terrapieno del Voreux.

Proprio in quel momento una nube eclissò la luna; non vedendosi più in viso, i loro respiri s'incontrarono, le labbra si cercarono; e stavano per esaudire il desiderio che da tanto li tormentava, quando la luna riapparve, rivelando nettissimo, lassù in cima alle rocce bagnate del suo chiarore, il profilo della sentinella. Rivelandosi in viso, si ritrassero - ripresi dall'antico ritegno - che era fatto di molto affetto, mescolato d'un'ombra di risentimento.

Con passo più pesante ripresero a sfangare nella mota.

- Allora, ci hai pensato bene, proprio non vuoi? - lui chiese.

- No. Te, dopo Chaval, eh? e, dopo te, un altro... No, mi disgusta; non ci trovo nessun piacere; e a che scopo, allora?

Per un altro centinaio di passi proseguirono senza scambiare parola.

- Sai almeno dove vai? Con un tempo simile, non posso lasciarti per la strada.

Lei, tranquillamente:

-Rientro, Chaval è il mio uomo: è da lui che devo dormire.

- Ma ti ammazzerà dalle botte!

In risposta lei si strinse rassegnata nelle spalle. La batterebbe; ma, una volta stanco di batterla, smetterebbe. Non era sempre meglio che restare per strada a girovagare come una mendicante? Lei, poi, agli schiaffi s'era abituata. Otto ragazze su dieci, si disse per consolarsi, non cascano meglio di me. Se Chaval un giorno la sposasse sarebbe ancora ben buono.

Senza quasi avvedersene, ora i due avevano preso la strada di Montsou; e, via via che vi si avvicinavano, cadevano in silenzi sempre più lunghi. Già si sentivano due estranei che non avessero mai avuto nulla in comune. Lui non trovava più nulla da dire per trattenerla; sebbene, al pensiero che tornava con Chaval, si sentisse spezzare il cuore. Ma che poteva offrirle di meglio lui? costretto a una vita come la sua, a nascondersi e a fuggire, senza altra prospettiva per l'indomani che la pallottola d'un soldato? Più saggio forse, non aggiungere nuovi guai a quelli che già aveva: ricondurla, come a testa bassa stava facendo, dall'amante.

Sicché non mosse obiezioni quando Caterina, all'angolo dei cantieri, venti metri prima del caffè Piquette, si fermò:

-Non m'accompagnare oltre. Se ti vedesse, sarebbe peggio.

Il caffè era chiuso, ma dalle imposte trapelava qualche luce. Al campanile della chiesa suonavano le undici.

- Addio, - lei mormorò, e gli porse la mano che il giovane trattenne nella sua. Liberatasi con dolce violenza, la ragazza s'avviò senza più voltarsi.

Ma anche quando l'ebbe vista entrare e sparire, Stefano, preoccupato dell'accoglienza che Chaval le farebbe, restò lì, in ascolto, con gli occhi sulla casa.

Ma la casa restava buia e silenziosa; finché al primo piano s'illuminò una finestra; s'aprì e un'ombra si sporse. Quando il giovane fu abbastanza vicino, l'ombra di lassù gli bisbigliò:

-Non è rientrato; io mi corico. Vattene, ti scongiuro!

Stefano se ne andò. La temperatura doveva essersi addolcita, perché ora dai tetti l'acqua ruscellava; dai muri, dalle palizzate, da tutto il confuso agglomerato immerso nella notte di quel sobborgo industriale, trasudava umidità.

Prima si diresse verso Réquillart; si sentiva così stanco e in preda a una tale tristezza che provava ormai solo il bisogno di sparire sotterra, di perdere nel sonno la coscienza di tutto. Ma poi il pensiero delle nuove maestranze che il mattino dopo scenderebbero nel Voreux e del risentimento che fermentava tra i compagni contro la truppa che avrebbe protetto quella discesa, gli fece cambiare direzione; e tra le pozzanghere del disgelo proseguì lungo il canale.

Era giunto di nuovo ai piedi del terrapieno, quando la luna si svelò in tutto il suo splendore. Alzò gli occhi al cielo; le nuvole continuavano a galopparvi; ma, sparpagliate dal vento di lassù, ora si sfilacciavano; sicché sulla faccia della luna non passavano che nuvolette trasparenti, oscurandola solo per attimi. E di quell'immacolato chiaro di luna Stefano si abbeverava gli occhi, quando, nell'abbassarli, qualche cosa in cima al terrapieno arrestò il suo sguardo.

Ora lassù la sentinella, per vincere l'intirizzimento, s'era messa a passeggiare, percorrendo un breve tratto nella direzione di Marchiennes, quindi lo stesso tratto nella direzione di Montsou. La fiamma bianca della baionetta inastata sormontava il suo nero profilo, che si stagliava nitidissimo sul pallore del cielo. Ma non era questo che aveva attirato la sua attenzione; sì, un'ombra che si appostava dietro la garitta di Bonnemort e si moveva guardinga, come in agguato; e così nitida anch'essa che dalla felinità delle mosse, il giovane non esitò a riconoscere in essa Gianlino. Se quel birbante si riparava così dalla vista della sentinella, non poteva essere che per giocarle qualche brutto tiro; certezza che Stefano ebbe subito, conoscendo di che odio il monello era animato contro «quegli assassini di soldati che erano venuti ad ammazzare a schioppettate la gente». E a un oscurarsi della luna, vedendolo raggomitolarsi in sé come per spiccare il balzo, stava per chiamarlo, quando il riapparire della luce glielo mostrò accosciato nella stessa posizione. Nel suo andirivieni, la sentinella si spingeva sino alla garitta e lì faceva dietro-front.

Stefano esitava ancora sul da farsi, quando al nuovo eclissarsi della luna, ecco col balzo d'un gatto selvatico Gianlino scattare sulle spalle del soldato, aggrapparvisi con l'unghie e coi denti, vibrare il coltello alla gola; e, il colletto della divisa resistendo, impugnarlo a due mani e spingerlo dentro, appendendovisi quasi col corpo. (Una certa pratica a sgozzare, il monello l'aveva fatta a spese degli animali che gli venivano a tiro).

Tutto questo fu l'affare di un attimo: s'avvertì un grido soffocato, il rumore di ferraglia che fece il fucile nel cadere... Già la luna riappariva radiosa.

Pietrificato dallo stupore, Stefano continuava a guardare. La voce per chiamare non gli usciva. Lassù il terrapieno era deserto; nessuna ombra si profilava più sul cielo dove erravano le nuvole. Appena rinvenne dallo sbalordimento, il giovane s'avventò di corsa e trovò Gianlino carponi davanti al cadavere: il soldato era stramazzato sul dorso a braccia spalancate. In tutto quel chiaro, il grigio del cappotto e il rosso dei pantaloni si staccavano nettissimi sul candore della neve. Non una goccia di sangue; stagnava la ferita il coltello conficcato sino al manico.

Preso da un impeto di rabbia, Stefano assestò al precoce assassino un pugno che lo allungò bocconi presso la sua vittima: - Perché, perché l'hai fatto?

Gianlino si tirò su, in guardia; gattoni si allontanò di qualche passo; il felino arcuarsi della spina dorsale, gli orecchi a ventola, gli occhi verdi, la mascella sporgente, tutto in lui fremeva ancora d'emozione per il bel colpo.

- Perché l'hai fatto?

- Così. Me n'è venuta la voglia.

E non ci fu verso di cavargli altro. Da tre giorni la tentazione di accoppare il soldato lo ossessionava al punto, disse, che gli era venuto a dolere il capo lì - e si toccava dietro le orecchie. E con ciò? Che si dovevano forse avere scrupoli quando si trattava di quei venduti di soldati, venuti a farla da padroni in casa d'altri? Al comizio nella faggeta, durante la corsa di miniera in miniera non s'era appunto gridato?... E dei gridi incendiari uditi in quella occasione ripeteva qualche frase rimastagli in mente.

- T'ha spinto a farlo qualcuno?

Macché! l'idea era stata sua; e gli era venuta naturale come in altri giorni quella di rubare cipolle nei campi.

Atterrito davanti a quella incoscienza, alla facilità con cui in quel cranio di ragazzo poteva germogliare il delitto, Stefano lo scacciò da sé come un animale irresponsabile:

-Lévamiti dattorno! - riuscendo solo, con un calcio, a farlo scostare.

Purché ora il grido della vittima non avesse dato l'allarme! e, ad ogni riapparire della luna, il giovane gettava gli occhi verso il posto di guardia.

Ma nulla laggiù si muoveva. Allora si chinò sul caduto; le mani già si freddavano; sotto il cappotto il cuore non batteva più. Dell'arma usciva dal collo solo il manico d'osso, sul quale spiccava in nero la parola: "Amore". Gli occhi di Stefano salirono al viso del soldato. Ed ecco lo riconobbe: era Giulio, la recluta con la quale proprio lì s'era trattenuto un mattino a discorrere. Davanti a quel povero mite viso di biondino, seminato di macchie rosse, una grande pietà lo invase. Spalancati, gli occhi celesti fissavano il cielo con lo stesso sguardo incantato con cui quel mattino aveva cercato all'orizzonte il paese natio. Dove si trovava quel paese che la recluta vedeva nel suo ricordo sfolgorante di sole? Certo a Plogof, con una notte simile, il mare al largo urlava. «E forse è passato sulla landa - il giovane si disse - il vento che soffia lassù». E ritte su quella landa vide con l'immaginazione due donne, la madre e la sorella di Giulio; si tenevano la cuffia, che il vento strappava di testa; e, volte nella direzione in cui si figuravano si trovasse il loro caro, aguzzavano lo sguardo, quasi che attraverso tanto spazio potessero vedere che faceva, a quell'ora. Ormai per sempre, lo avrebbero atteso! Che orrenda cosa, questo uccidersi fra poveri diavoli, per conto dei ricchi!

Ma urgeva fare sparire il cadavere. Gettarlo nel canale? Io ripescherebbero. E allora? Il tempo stringeva; occorreva spicciarsi. Gli venne un'ispirazione: se riusciva a trasportarne il cadavere sino a Réquillart, là avrebbe saputo come farlo sparire davvero per sempre. Chiamò Gianlino, perché gli desse una mano; ma, nella paura di toccare altre busse, ora il ragazzo si schermiva, protestava la necessità di andarsene, si diceva aspettato. (Era vero, del resto; il ragazzo aveva dato appuntamento a Berto e a Lidia in un nascondiglio che i tre s'erano scovato sotto le cataste di legname del Voreux; un appuntamento per trovarsi presenti quando comincerebbe la sassaiola contro i nuovi operai che all'alba scenderebbero nel pozzo).

Stefano allora ricorse alle minacce; ed ebbero miglior esito.

Allora, perché nel trasportare il cadavere il sangue non uscisse dalla bocca, Stefano legò stretto, a mo' di corda, il fazzoletto intorno al collo del soldato. Sul posto non restava né traccia di sangue, né, per lo sciogliersi della neve, segni di colluttazione per terra.

- Prendilo per le gambe.

E, messosi lui il fucile ad armacollo, Stefano impugnò il morto per le spalle. E tutti e due scesero passo passo con quel peso dal terrapieno, attenti a non far franare qualche pietra.

Per buona fortuna, la luna s'era coperta. Per poco; ché, mentre filavano lungo il canale, riapparve tersissima: fu un miracolo che al posto di guardia non li scorgessero. Impacciati dal dondolio del cadavere e obbligati dal suo peso a riprendere fiato ogni cento passi, procedevano in silenzio e più in fretta possibile. Nello svoltare sulla stradina di Réquillart, fecero appena in tempo a nascondersi dietro un muro: passava una pattuglia. Più avanti incrociarono un passante; ma era un ubriaco, che ingiuriandoli s'allontanò. Coperti di sudore, arrivarono finalmente all'antica miniera, in un tale stato di tensione nervosa che tutti e due battevano i denti.

Ma una volta lì, Stefano lo sapeva bene, restava il più difficile: far passare il soldato per il budello delle scale.

Bisognò intanto che, dall'alto, Gianlino lo lasciasse scivolare a poco a poco, mentre Stefano, tenendosi con una mano aggrappato ai cespugli, con l'altra lo accompagnava sino a fargli superare le due prime scale che la mancanza di parecchi gradini rendeva rischiose. Se anche meno disagiate, bisognò poi ripetere la manovra a ogni nuova scala; sicché per ben trenta scale, e cioè per una discesa di duecentodieci metri, Stefano camminò a ritroso, col pericolo che la spinta del cadavere lo facesse precipitare. L'operazione si svolse al buio; a che pro consumare il prezioso moccoletto che restava e che ora non avrebbe fatto che impacciarli? Solo quando ebbero raggiunto il primo piano di carico, si rese necessario vederci. In attesa di Gianlino andato in cerca della candela, Stefano si sedette in terra a riprendere fiato, col cuore che in petto gli martellava.

Al ritorno del ragazzo, lo consultò: dove era meglio nascondere il soldato?

Nessuno conosceva l'antico pozzo in tutti i suoi meandri quanto Gianlino che, per la sua snellezza, poteva passare anche per le fessure.

Rimessisi col loro fardello in cammino attraverso un dedalo di gallerie in rovina e percorso così circa un chilometro di strada, arrivarono in un punto dove, sostenuta da una traballante armatura, la volta, costituita da una roccia franosa, s'abbassava, non lasciando libero che uno stretto vano, lungo quanto il corpo d'un uomo. Fu in quella specie di loculo naturale che, come in una bara, coricarono il soldatino, col suo fucile al fianco. Dopodiché, pochi colpi di tacco, assestati ai paletti che ancora tenevano, bastarono perché la volta si fendesse e crollasse, dando appena il tempo ai due di sgattaiolare via sui gomiti e i ginocchi. Voltosi a constatare gli effetti, Stefano notò con sollievo che il tetto seguitava a franare, schiacciando sotto il suo enorme peso il cadavere che in pochi minuti ne fu inghiottito.

Raggiunta la caverna, l'uomo e il ragazzo si buttarono sul fieno; Gianlino, mormorando che dormirebbe un'ora, prima dell'appuntamento. Stefano spense la candela; non ne restava che un pezzetto. Anche lui si sentiva pesto e indolenzito; ma di prendere sonno non aveva speranza; troppi pensieri lo tenevano sveglio. Uno, soprattutto: come mai quel monello lì non aveva esitato un momento a sgozzare un soldato del quale ignorava anche il nome, mentre lui, avendolo a sua mercé, s'era astenuto dal farlo con quel mascalzone di Chaval? Eppure le sue convinzioni rivoluzionarie ammettevano bene il coraggio, il diritto anzi, d'uccidere.

«Sarei dunque un codardo?» Gianlino già russava: un russare di ebbro in cui pareva smaltire l'ubriacatura dell'omicidio. La vicinanza del piccolo assassino, il sentirlo così profondamente addormentato, gli dava un disagio, un'irritazione intollerabile. Quando... ma che era? trasalì; allibì.

Dalle viscere della terra, giungeva un fruscio; non un fruscio, un gemito. Ghiacciandogli le spalle e rizzandogli i capelli in testa, gli si ripresentò l'immagine del soldatino, allungato come lui in quelle tenebre; premuto, col suo fucile a fianco, dal peso delle rocce. Il gemito diventava un singhiozzo; un singhiozzo che riempiva la miniera. Dandosi dell'imbecille, dovette riaccendere; solo la vista, alla tremolante luce, della galleria vuota, lo liberò dell'incubo. Un quarto d'ora restò lì, a fissare, in preda ai suoi pensieri, la vacillante fiammella. Ma la candela era agli sgoccioli. Il lucignolo sfrigolò, si spense; tutto ripiombò nel buio. E nel buio il persistere di quel ronfio intollerabile! perché Gianlino cessasse di russare, lo avrebbe preso a schiaffi. Allora una gran voglia di aria aperta lo aggredì; lo cacciò attraverso le gallerie, lo spinse su per il budello delle scale; di corsa quasi, come si sentisse inseguito da un'ombra.

All'aperto, rifiatò. Ma l'idea della morte non lo lasciava, ora anzi gli si presentava, gli si imponeva, come l'ultima speranza. Poiché uccidere non osava, toccava a lui soccombere. Morirebbe coraggiosamente, per la causa della rivoluzione; sarebbe la fine di tutto, anche dei pensieri che lo tormentavano; con una morte così, chiuderebbe nobilmente la propria vita, buona o cattiva che fosse stata. Nella dimostrazione di protesta contro i belgi si metterebbe in prima fila; se la truppa sparava, una pallottola ci sarebbe anche per lui. Rianimato da questa decisione, tornò nei pressi del Voreux; suonavano le due. Dalla stanza dei capisquadra, dove era accantonata la truppa di presidio al pozzo, arrivava un confuso vocìo: la sparizione della sentinella che metteva in subbuglio il posto di guardia. Il capitano era stato svegliato; s'era proceduto a un minuzioso sopralluogo; ma l'assenza di qualunque indizio che deponesse in senso contrario, aveva fatto concludere trattarsi di diserzione.

Al ricordo che il capitano era di sentimenti repubblicani, Stefano ricadde a vagheggiare la possibilità che i soldati si mettessero con gli scioperanti, e, rifiutandosi di sparare sugli operai, dessero il segnale del massacro della borghesia. Allora a morire non pensò più; coi piedi nel fango, nello stillicidio del disgelo, restò delle ore a ruminare il suo sogno, ripreso dalla speranza che la vittoria fosse ancora possibile.

Ma erano le cinque, come mai i belgi non arrivavano? A questo punto Stefano s'accorse che la discesa nel pozzo era cominciata. Allora capì: per precauzione, la Compagnia aveva fatto dormire nel Voreux gli operai che aveva assoldato. Del tiro informò i compagni incaricati di riferire, i quali non s'erano accorti di nulla; e che corsero al borgo operaio ad avvertire; mentre lui restava in attesa sull'argine del canale.

Suonarono le sei. Il cielo impallidiva e s'annunciava a levante il rosseggiare dell'alba, quando sbucò da un sentiero, con le sottane rimboccate sui magri stinchi, il reverendo Ranvier, che, come ogni lunedì, andava a dire messa in un convento di fronte. Squadrando Stefano coi suoi occhi di bracia: - Buongiorno, - gridò, - amico mio! - Ma non s'ebbe risposta; già Stefano aveva spiccato la corsa: aggirarsi laggiù, nei pressi della "decauville", aveva scorto una figura di donna che non poteva essere che Caterina.

Infatti! Da mezzanotte la ragazza batteva le strade. Rincasando, Chaval con un ceffone l'aveva fatta saltare su da letto:

-Fila, se non vuoi che ti faccia passare per la finestra! - Presa a calci, aveva avuto appena il tempo di coprirsi alla meglio e di scendere, che un ultimo spintone la buttava in strada. Nella speranza che impietosito lui la richiamasse, piangendo e battendo i denti dal freddo, era rimasta a sedere lì fuori su un paracarro, con gli occhi sulla casa.

Finché, cacciata anche di lì dal gelo, era uscita da Montsou; ma per tornare ancora una volta, poco dopo, sotto la finestra di lui, senza tuttavia azzardarsi a bussare e a chiamare, come s'era proposta.

Questa volta non le restava che tornare dai suoi.

Rassegnandosi s'avviò. Ma una volta che ci fu, una tale vergogna la prese che, invece di bussare, proseguì lungo gli orti, sbigottita al pensiero di poter essere, nonostante l'ora, vista e riconosciuta da qualcuno. E da allora aveva camminato a caso, trasalendo al minimo rumore nella paura sempre di essere fermata, scambiata per una girovaga e di finire - ciò che da qual che mese era il suo incubo - nella casa pubblica di Marchiennes.

Due volte, nel suo disperato vagabondare, s'era trovata davanti al Voreux; e la seconda, il vocìo che usciva dal posto di guardia, l'aveva fatta allontanare di corsa volgendosi trafelata a guardarsi alle spalle, aspettandosi di vedersi inseguita.

Ma finiva sempre per tornare nella stradicciola di Réquillart, sebbene sapesse che immancabilmente vi troverebbe qualche avvinazzato; e la attirava la vaga speranza di incontrarvi l'uomo di cui qualche ora prima aveva rifiutato l'ospitalità. L'ora della discesa nel pozzo la ricondusse al Voreux; sebbene, che poteva sperare? Ormai tra lei e Chaval era tutto finito; di scendervi con lui, lui le aveva proibito, nel timore che la ragazza lo compromettesse. Alla Jean-Bart d'altronde non c'era più lavoro. In queste condizioni, che le restava da fare? Andarsene dal paese a cercare lavoro altrove? Crepare di fame?

Rassegnarsi a subire le percosse di tutti gli uomini ai quali piacesse? E in questi pensieri la misera seguitava penosamente a trascinarsi, diguazzando nel fango, inciampando nelle carreggiate; inzaccherata sino ai capelli, le gambe che le si piegavano sotto, senza osare neanche sostare il tempo di riprendere fiato.

Al sorgere dell'alba, lo scorse, Chaval; lo riconobbe alle spalle; che girava guardingo il terrapieno.

Ma a che pro raggiungerlo? Preferì sedersi lì presso, a ridosso d'una catasta di legname: di tra le tavole aveva visto Lidia e Berto far capolino.

In quel nascondiglio i due ragazzi avevano passato la notte, obbedienti all'ordine di Gianlino, il loro «capitano», di attenderlo lì. E nella lunga attesa, per tenersi caldo, i due s'erano stretti uno contro l'altra; immaginando, al soffiare del vento, di trovarsi nella capanna abbandonata di qualche boscaiolo. Ma era la disperazione dell'uno che cercava in quel modo rifugio in quella dell'altro, sebbene per sfogarsi non trovasse la voce. Come Lidia non osava parlare delle percosse che, precocemente donna, buscava da Gianlino, così Berto taceva il suo risentimento per i ceffoni di cui il ragazzaccio gli era prodigo. Ah, davvero il capitano passava la misura! li spingeva in ruberie in cui rischiavano la pelle e poi il bottino se lo teneva tutto per sé.

Affratellati dal rancore che, sebbene lo tacessero, nutrivano ambedue verso il loro aguzzino, quella notte anzi, i due, nonostante la proibizione, avevano finito per abbracciarsi e baciarsi, sfidando gli schiaffi di una mano invisibile di cui Gianlino li aveva minacciati, se in sua assenza osassero farlo. E poiché la minaccia non s'avverava, a stringersi insieme e a baciarsi avevano seguitato; ma castamente, senza cercare altro; mettendo in quelle carezze tutta la loro passione contrastata, tutta la sacrificata tenerezza dei loro cuori mortificati. E tutta la notte s'erano scalducciati, uno contro l'altra, così felici in fondo a quel buco che felici così non ricordavano d'essere stati mai, neppure il dì di Santa Barbara, quando in casa si mangiavano le frittelle con lo zucchero e si beveva il vino.

Quand'ecco un improvviso squillar di tromba li fece saltare dal nascondiglio. Lì fuori, al segnale, Caterina aveva trasalito e s'era rizzata a guardare: i soldati dal corpo di guardia imbracciavano i fucili. In quella, trafelato dalla corsa, anche Stefano la raggiunse.

E i quattro, alla luce dell'alba già alta, videro laggiù scendere dalle alture del borgo operaio una frotta di uomini e donne che avanzava minacciosa

 
2010-07-19 18:44 Читать похожую статью
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • Контрольная работа
  • © Помощь студентам
    Образовательные документы для студентов.