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Economia etica e solidale - Giorgia Truzzi - Centro documentazione e studi "presenza donna" grano…

Economia etica e solidale - Giorgia Truzzi


Vi racconto un po’ della mia esperienza nell’ambito del commercio equo e solidale e della finanza etica. Vi presento questo sulla scorta dell’intervento di ieri di Giuliana Martirani, senza voler entrare nel merito dei meccanismi economici e finanziari che operano nel mondo dal punto di vista tecnico; piuttosto metterò l’accento sul che cosa possiamo fare per cambiare questi meccanismi non più capaci di generare benessere, cercando di dimostrare che siamo noi i reali protagonisti.

Da una decina d’anni faccio parte dell’associazione di volontariato “Mappamondo” di Mantova che si occupa dei temi della mondialità, dell’educazione ad essa, dei rapporti tra nord e sud del mondo e che, come scelta concreta, ha messo in piedi una “Bottega del mondo”.

Vi presento il mio percorso e le motivazioni per cui, a mio parere, vale la pena praticare il commercio equo e solidale, la finanza etica e perché c’è bisogno che le persone si avvicinino sempre più a queste realtà. Farò, in particolare, riferimento a ciò che mi ha spinto a continuare in questa strada e in questo cammino di conoscenza. L’intervento si svolgerà, quindi, sul duplice binario dell’esperienza e dell’illustrazione delle caratteristiche principali di queste attività.

Ho iniziato raccogliendo l’invito di un amico che mi aveva proposto di visitare la piccola Bottega del Mondo bisognosa di forze nuove per permettere la sua apertura. Ho quindi cominciato a fare esperienza in questa realtà associativa cercando quando possibile di affiancare alcuni volontari. L’incontro con alcuni di loro e con i prodotti che trovavo esposti e che dovevo cercare di vendere hanno iniziato a cambiare la mia vita. Regole economiche e finanziarie che mi erano sempre sembrate astruse (data anche la mia formazione umanistica) e lontane, quasi fossero governate da una mano invisibile iniziavano a svelarsi in tutta la loro chiarezza e potenza.

E mentre procedevo lentamente a dare un nome e spesso anche un volto ai produttori del sud del mondo che lavoravano il caffè, te, miele che mi trovavo tra le mani iniziava il cammino di messa in discussione di quello che mi avevano fatto vedere e a cui avevo creduto fino a quel momento.

Regole commerciali apparentemente giocate su scambi regolari ma fondamentalmente inique perché basate sullo sfruttamento delle popolazioni più povere continuamente schiave del potere delle multinazionali. Il commercio equo che storicamente trova origine in Olanda alla fine degli anni ’60 nasce proprio come alternativa commerciale capace di permettere il miglioramento delle condizioni di vita delle aree più povere del mondo perché basata sul rispetto della dignità della persona e sul ruolo importante del consumatore. Ricordo uno dei primi slogan del commercio equo che recitava: “Passa dall’essere consumatore a diventare consum-attore”, protagonista di ciò che accade e delle scelte che compi anche nei gesti più quotidiani. A questo riguardo posso citare il pensiero di Ettore Masina relativamente alle “Botteghe del mondo”: “Insieme alle merci che vendete voi offrite l’immagine di chi le ha generate con la sua fatica. Non date soltanto cose, ma anche volti e problemi. Rendete mentalmente complesso – e quindi assai più ricco e vitale – l’atto delle scegliere, del comprare e del consumare”.

Dopo il primo incontro con l’Associazione nella mia storia c’è stato un secondo momento di svolta: quando sono andata a visitare direttamente delle cooperative di donne in Bangladesh che producevano materiale in juta – una delle materie prime di questo paese. Il mio scopo era quello di rendermi conto realmente se quello che il commercio equo predicava era tale, se di fatto queste nuove regole con cui impostare i rapporti commerciali generava una diversa modalità di sviluppo in quei paesi e se noi, con questa scelta, potevamo veramente incidere sul cambiamento delle regole economiche. Le donne che ho incontrato mi hanno fatto capire che ciò che qui da noi impedisce di generare cambiamento è il fatto che facciamo fatica a dare un volto alle cose che ci circondano, non riusciamo a capire che ciò che noi consumiamo è frutto di persone che hanno lavorato per realizzarle. Quando si prende coscienza di questo inizia a cambiare il rapporto e il valore che si dà alle cose. Ad esempio anche lo scoprire com’è fatta una pianta di thé o di caffè, come viene lavorata la foglia o il frutto perché diventi la bevanda che consumiamo quotidianamente può contribuire a ritrovare il gusto delle cose a rendere diverso, un po’ meno scontato anche gesti come bere una tazza di te/caffè. In me era cambiato qualcosa: è stato un cambiamento molto bello per la mia vita, io non prendevo più solo la bustina e la mettevo nell’acqua, senza sapere nulla di come e di chi la produce, una presa di coscienza di ciò che c’è dietro alle cose e ai meccanismi che soggiacciono ad esse.

Continuando nell’approfondimento delle logiche del commercio equo e su questa strada di messa in discussione della realtà ho poi incontrato l’altra parte del commercio – quella che non si vede – vale a dire il discorso finanziario che oggi è l’anima dell’intera economia.

Ho capito che i gruppi del Sud per cominciare a produrre in un certo modo senza più dipendere dalle multinazionali hanno bisogno di persone che fanno loro dei prestiti (pre-finanziamento) per poter acquistare ad esempio per le donne del Bangladesh la juta con cui iniziare a lavorare o l’aratro per arare il campo. Ho cominciato a appassionarmi a questo aspetto per capire come anche i nostri soldi potessero essere utilizzati (prestati) direttamente aiutando le popolazioni del Sud a creare delle nuove possibilità di vita.

Comprendere questo meccanismo mi ha aiutato a comprendere quali logiche perverse siano oggi alla base del nostro sistema finanziario. Mi sono chiesta che cosa succede oggi da noi e perché ci sono tutta una serie di problemi: “Perché la finanza non serve più al bene comune, ma piuttosto agli interessi di pochi? Perché si approfitta di chi non ha e si arricchisce sempre di più chi ha già?” Tanto più che l’economia si è allontanata dai bisogni reali delle persone e del territorio. Di fatto, anche le banche, nate per rispondere ai bisogni, non rispondono più ai bisogni reali. Dobbiamo chiederci perché.

Da questa nuova consapevolezza ho iniziato ad interessarmi al discorso dei finanziamenti, dei pre-finanziamenti ed è iniziata la mia avventura nella Cooperativa verso la Banca Etica e oggi nella Banca popolare Etica. E’ iniziata, ancora una volta, trovandomi in contatto con persone che desideravano realizzare una nuova possibilità di gestione e di impiego del denaro.

Quando, sei anni fa, si è iniziato a proporre la nascita di una banca etica, alcune migliaia di persone hanno creduto in questa possibilità e alcuni/e di noi si sono resi/e disponibili a mettersi in gioco anche impegnando il proprio tempo. Anche sul territorio mantovano abbiamo costituito un gruppo di persone provenienti da esperienze associative diverse che si sono ritrovate su questo tema. E’ bello vedere quante sinergie si stanno costruendo su questa tematica.

Da ciò è nata Banca popolare Etica che funziona già da tre anni come banca capace di coniugare principi etici all’uso del denaro.

Quando andavo ai primi incontri sul tema della finanza etica, a volte mi veniva contestato: “Ci sono tante belle esperienze sul territorio. Perché t’impegni proprio in questa realtà?”. Ho capito però che tanto volontariato ed impegno che si mette in atto è vanificato dal fatto che non si riesce ad incidere sull’aspetto nodale dell’economia che governa il mondo: la finanza, che rende possibile che, da un giorno all’altro, intere nazioni possano essere trascinate in una grave crisi finanziaria.

Che cosa stiamo cercando di fare, o meglio, che cosa può fare ciascuno/a di noi?

Si tratta di scegliere che cosa consumare, su cosa investire, dove depositare i propri risparmi. Sono azioni individuali con valenza sociale forte. Oggi possiamo scegliere e lo possiamo fare tutti i giorni, ogni volta che andiamo a fare la spesa o andiamo in banca.

Credo che questo sia un riappropriarsi di un valore che si ha: siamo importati e sono importanti le scelte economiche e finanziarie che si fanno. Comportarsi in un modo o in un altro non è la stessa cosa. Naturalmente, l’incisività passa da quante persone ed organizzazioni mettono in atto comportamenti analoghi. E’ importante rendere visibili tali comportamenti. Banca Etica sta avendo questo risultato nell’ambito finanziario. Non si è posta come antagonista degli altri dicendo: “Ecco, ci sono io e tutto il resto non va bene, voi siete i malvagi!”. Banca Etica è nata perché le banche non sono più fedeli alla loro mission originaria, al loro principio: avvicinare il risparmiatore a chi ha bisogno di credito. La Banca è un istituto riconosciuto socialmente, ma nel corso degli anni ha perso il valore principale per il quale è sorta. Vedi ad esempio il mercato delle armi ed il riciclaggio di denaro sporco.

Il denaro non è negativo in sé, il mondo finanziario non è un mostro, ma dovrebbe piuttosto essere una realtà a servizio delle persone e dei loro bisogni.. Banca etica, sul filone della finanza etica, nasce con la volontà di far ritornare la finanza al suo significato originario.

Oggi, nel panorama bancario, le altre banche si stanno interrogando, perché “stranamente” Banca Etica sta in piedi pur se le persone che vi fanno riferimento sono ancora poche. Se a questa realtà guardassero altre persone, istituzioni, cooperative potrebbe esserci un effetto di contaminazione, un tentativo di ritorno alla finanza reale. Tutto ciò è molto concreto perché nessuno di noi può iniziare un’attività senza avere i mezzi finanziari per metterla in piedi.

L’invito è a chiedersi sempre se si lavora per il bene comune o su interessi particolari. Non possiamo preoccuparci solamente di quanto la banca è disposta a remunerarci per i nostri risparmi, ma anche sapere dove vanno a finire i soldi. Se ci interessa soltanto avere un introito maggiore sui nostri depositi, allora il discorso prende una direzione, se invece ci interessa capire anche quali attività vengono finanziate attraverso i nostri soldi, allora la nostra consapevolezza va verso altre mete.

In fondo, le banche, le istituzioni e le persone ad esse preposte rispondono ai bisogni che noi sottoponiamo loro. Se abbiamo un bisogno di eticità, di trasparenza, di comunione e se riusciamo a chiederlo nel modo giusto, secondo me le cose possono cambiare. Se, invece, come mi capita quando sono in “Bottega”, l’acquirente mi fa osservare che il prodotto costa un po’ di più di quello che trova sul mercato tradizionale…allora gli spiego tutti i principi (trasparenza, pre-finanziamento, promozione di sviluppo, logica progettuale)…ma lui ritorna a sottolineare la maggiorazione di prezzo, allora…quali sono i nostri veri bisogni ed interessi? A quale presso desideriamo la giustizia? In questo modo le cose non possono cambiare. Finché aspettiamo che siano gli altri a modificare i loro comportamenti le cose non potranno cambiare. Le cose possono cambiare se io sono capace di rinunciare a qualche cosa, se scelgo di consumare in un altro modo.

Questo non significa che si tratta di cambiare tutto dall’oggi al domani. E’ improponibile pensare di dire: “Da domani non vado più al supermercato e vado solo nelle punti vendita del commercio equo” intanto perché le “Botteghe del mondo” non sono diffuse in ogni paese. Però una persona potrebbe scegliere di comprare sempre alcuni prodotti del commercio equo. Questo comportamento pian piano mi attiva anche su altri livelli. E’ qualcosa di progressivo. E’ importante non arrivare al commercio equo solo perché bisogna fare i regali di Natale. Cioè si tratta di una scelta per occasioni straordinarie o è diventata una nostra scelta consapevole e responsabile?

Il commercio equo e la finanza etica mi hanno fatto scoprire una ricchezza immensa, mi hanno soprattutto offerta una visione “altra”. Mi hanno messo in contatto con mondi lontani, ma che ogni giorno entrano nelle nostre case inconsapevolmente. Prenderci a cuore i paesi del Sud del mondo vuol dire davvero comprendere le loro economie, le regole alla base degli scambi commerciali, le loro visioni della realtà ma anche comprendere con occhi nuovi la nostra realtà. Ciò apre anche a modalità nuove di vedere le persone immigrate che arrivano nei nostri paesi.

“Il commercio equo e solidale rappresenta una forma di scambio con realtà produttive di paesi del sud del mondo sostanzialmente diverse da quelle del mercato tradizionale finalizzato al superamento del sistema dell’economia cosiddetta coloniale. Se, infatti, questa è fortemente caratterizzata dallo sfruttamento della manodopera e dalle risorse ambientali dei paesi del Sud del mondo e dalla rapina delle materie prime, con prezzi imposti dalle imprese multinazionali, l’economia equo solidale propone, invece, un tipo di commercio che considera centrali i bisogni dei produttori, artigiani o contadini, e delle loro comunità, rispettando però, al tempo stesso, l’esigenza-diritto dei consumatori alla piena informazione su quelli che sono i termini sociali ed economici che accompagnano lo scambio. In questo senso, il termine fair trade con cui si designa il commercio equo e solidale nei paesi anglosassoni rende probabilmente molto meglio dell’espressione adottata in Italia la pienezza del ruolo assegnato al consumatore consapevole, ben più che atto caritatevole o testimoniale, il fair trade è uno scambio garbato attento alle ragioni ed alla storia degli altri, è un ponte diretto fra l’economia e l’ecologia, è curiosità di praticare con coscienza”.

Impegno politico - Maria Antonietta Basso ex-sindaco di San Pietro in Gù (PD).


San Pietro in Gù è un comune veneto di 4300 abitanti, ancora caratterizzato da una realtà produttiva di stampo rurale ma che si va trasformando sempre più in un’economia di piccole industrie a carattere prevalentemente familiare: una realtà ricca sotto il profilo economico, un mondo in cui si possono incontrare anche stimoli culturali e valoriali che, affondando le proprie radici in una tradizione di solidarietà contadina, si concretizzano in un volontariato vero. In definitiva un piccolo specchio di questo nord est.

Dopo un’esperienza in gruppi di volontariato parrocchiali e civici e tre anni di studi teologici, 18 anni della mia vita, da 25 a 43 anni, li ho impegnati nella sua amministrazione.

Un ambiente stimolante che mi era sembrato giustificare un lavoro amministrativo-politico molto coinvolgente. Prima, dieci anni in veste di Assessore con delega alla Sanità, ai Servizi Sociali ed all’Ambiente. Poi 5 anni come Sindaco ed infine, l’ultimo mandato, come Capo del Gruppo di opposizione. Esperienze tutte significative e dalle quali ho imparato a conoscere più profondamente me stessa e la realtà umana ed ambientale nella quale vivevo.

Il periodo 1990 – 1995, durante il quale ho prestato il mio servizio come Sindaco, è stato certamente il più significativo.

In paese l’idea di una donna Sindaco suscitò in origine non poche perplessità, curiosità e facili luoghi comuni sulle donne in politica. Bastava vedere il taglio ed i contenuti scontati e non certo incoraggianti degli articoli comparsi sui giornali locali in occasione della mia elezione.

Ma, animata da molto entusiasmo e da molto amore per la realtà in cui vivevo, ero convinta che da quel terreno si potesse ottenere un buon raccolto. Il campo si lasciava dissodare ed i semi sembravano penetrare abbastanza facilmente nei nuovi solchi tracciati. Era primavera. La Primavera di Praga, l’avrei definita poi.

Ma quali sono i semi buoni e quale la zizzania? Provo a dire quello che la mia esperienza mi suggerisce.

Oltre all’onestà e alla correttezza, che considero non formalità ma prerequisiti per chi si accinge ad assumere cariche pubbliche, ritenevo e tuttora ne sono convinta, che migliorare la qualità e garantire l’equità nell’accesso dei cittadini ai Servizi, fossero tra i primi obiettivi che un’Amministrazione Locale dovesse raggiungere.

Mi ero anche illusa che per questa nostra realtà veneta, segnata da una storia di dominazioni che ci avevano abituato ad essere servi, più o meno astuti forse, ma sempre servi, fosse possibile fare un salto di qualità e diventare finalmente cittadini.

Mi affascinava l’idea di contribuire a costruire una società non più basata sui “favori”, ma su “diritti e doveri”. Io credo che solo in questo modo la nostra collettività può aspirare ad essere più giusta, più libera, più civile e democratica.

La mia idea dell’amministrare partiva dal significato etimologico della carica che io ricoprivo. In greco Sindaco significa “Giustizia insieme” . Solo lavorando insieme per il bene comune, con sincerità, si può sperare di lasciare in eredità ai nostri figli una realtà un po’ migliore di come l’abbiamo trovata.

Un forte senso del Bene e soprattutto del Bene Comune: ecco il seme di cui deve essere pieno il cuore di chi si accinge ad amministrare la cosa pubblica. Ma oltre a possedere personalmente questa dote è necessario anche riuscire a far comprendere che le scelte che favoriscono il bene comune portano già in se stesse il vantaggio individuale. Ciò non è sempre facile. Nel nostro contesto sociale economicamente così ricco ci sono forme di egoismo molto esasperate. La maggioranza delle persone sa vedere solo il proprio interesse immediato.

C’è poi la sincerità. La sincerità aiuta ad accrescere la fiducia. Sono sotto gli occhi di tutti la disaffezione, il pessimismo e la disillusione nei confronti della politica o per meglio dire nei politici e negli amministratori pubblici.

Ci si chiede, ad esempio, perché sempre meno persone esercitano il diritto di eleggere i loro rappresentanti. Io credo che questa situazione derivi soprattutto dall’incapacità, intesa prevalentemente come non volontà, di dire le cose davvero come stanno. Lo stile con il quale il leader, politico o amministratore pubblico che sia, instaura le relazioni con i suoi elettori è basato proprio sulla falsa rappresentazione dei problemi e delle soluzioni che vengono assurdamente semplificate (le famose promesse elettorali). Sono convinta, invece, che il far comprendere e condividere la complessità della realtà in cui viviamo e le conseguenze delle scelte politico-amministrative, non dimostrerebbe l’inettitudine degli amministratori, bensì aiuterebbe a far maturare una domanda più consapevole.

Sono convinta che un’altra attenzione forte debba essere rivolta al controllo e al risparmio delle risorse. Molte volte assistiamo a sprechi di denaro causati dall’insipienza e dall’incapacità degli amministratori pubblici. Senza parlare poi di vere e proprie devastazioni ambientali derivate da scelte di programmazione e gestione del territorio insensate e con gravissime ricadute sulla qualità di vita dei cittadini. E’ evidente la scarsa capacità di visione sistemica e di prospettiva. Potremmo anche definirla “incapacità di futuro”.

E ancora, un impegno verso gli “ultimi”, che non va inteso come mero assistenzialismo, ma come ricerca di soluzione ai problemi dove, un modello di sviluppo da “Primi”, genera per forza anche gli “Ultimi”.

Sarebbero ancora molte le riflessioni che l’esperienza mi suggerisce, ma mi devo avviare alla conclusione. E’ stato entusiasmante - e direi quasi facile - lavorare, soprattutto perché il mio staff di collaboratori condivideva con me valori, metodi e impegno. Abbiamo ottenuto molti buoni risultati, sia per quanto riguarda la realizzazione di opere, che per l’attenzione posta nel migliorare la qualità dei servizi.

Non sono mancati certo anche errori, soprattutto direi nella comunicazione verso i cittadini. Presi da tante cose da fare abbiamo dedicato poco tempo all’informazione. Forse abbiamo dato troppo per scontato che le persone avrebbero capito subito. In molti casi non è stato così e forse sarebbe stato più apprezzato il “vecchio metodo” .

Alla fine del mandato mi è stato chiesto di ripresentarmi per portare a termine alcune cose che erano state avviate, ma non ancora concluse. Ho accettato, ma non abbiamo fatto una campagna elettorale “porta a porta”, non abbiamo promesso cose che non saremmo stati in grado di mantenere o che per privilegiare qualcuno andassero contro il bene della comunità.

Così in quell’aprile del 1995, 26 voti hanno fatto la differenza. C’è stata molta delusione. In seguito, però abbiamo riflettuto e abbiamo compreso che era comunque stato un successo: quasi la metà dei cittadini ci avevano scelto e quindi condividevano il nostro modo di lavorare. Qualche seme aveva attecchito.

C’è stato infine il tempo della “minoranza”. Con le attuali normative le opposizioni hanno pochissimi strumenti per il reale controllo dell’operato amministrativo. Si può dire che non hanno voce in Consiglio Comunale. Molti nuovi sindaci sono spesso inventati al momento. Pur senza alcuna esperienza si sentono infallibili, hanno stipendi da manager e assumono atteggiamenti da “Padroni” (e pensare che io lo consideravo un servizio!). Ribattono alle osservazioni delle minoranze dicendo che la gente li ha eletti e che le opinioni degli altri, se non si adeguano alle loro, non vanno considerate.

Non so se il legislatore si sia reso conto che con questo normative che regolano le elezioni e con lo smantellamento degli organi di controllo amministrativo - il tutto in nome di una non meglio precisata efficienza - viene sacrificata la crescita di una società democratica. E’ stato messo nelle mani di gruppi sempre più ristretti di potere il destino delle comunità. Sono convinta che la direzione verso la quale si è avviati ci allontana dall’ottica che mette al centro il bene comune. Amministratori impreparati o peggio con propri interessi da proteggere, comunità che crescono in una dimensione sempre meno democratica: ecco il possibile scenario della realtà italiana dei prossimi anni.

Ed in fine la domanda: “ma c’è ancora spazio per l’impegno in politica?” Sì, credo proprio ci sia un universo di spazio. C’è bisogno di tante persone che sappiano trovare strumenti diversi e che mettano a disposizione la loro energia per far crescere nuovi semi, nonostante la molta zizzania.

Franca Bartolomei, ex-sindaco di Gazzo Padovano



La mia esperienza amministrativa a Gazzo Padovano (proveniente dal mondo dell’associazionismo di Azione Cattolica, che mi ha formato all’impegno socio-politico) è nata in un momento culturale e sociale molto rudimentale, di grande cambiamento e confusione: in quegli anni è stata sancita la fine della DC e di tanti altri partiti storici. Era il periodo di tangentopoli con il suo strascico di speranze e delusioni, la comparsa di una paura forte e di chiusura rispetto al fenomeno dell’immigrazione, che ha costituito uno degli aspetti della nuova realtà che si stava costituendo. Si trattava di una spinta conservatrice?

Alla piacevole constatazione che la cosa pubblica, qual è un Comune, fosse accessibile e gestibile anche da una donna (e quindi da “tutti”), si alternava per qualche momento e per qualche esperienza la sensazione che qualcosa si muoveva in ambiti oscuri e noi che agivamo in maniera trasparente eravamo un po’ fuori dal gioco: si stavano riorganizzando i partiti e soprattutto i percorsi del denaro e degli interessi economici. Già nelle tornate elettorali di quattro anni dopo, gli schieramenti erano diversamente delineati e si respirava ancora l’idea che in certi posti ci si va per fare meglio i propri interessi.

In pochi anni, il fare politica si è trasformato profondamente: si è passati dalla politica partecipata (gruppi consigliari, dibattiti, ecc) ad una forma di gestione più ristretta. Questo è scaturito sia da normative governative, sia da un modus vivendi che si sta proponendo in modo sempre più spinto. Per esempio, l’elezione diretta del sindaco dà una responsabilità più diretta e un potere più forte a poche persone, limitando molto la partecipazione. Non c’è più stimolo al dibattito e al confronto.

Con il concentramento di più poteri in una persona vengono spesso ritenute inutili o percepite come perdite di tempo la riflessione, la pazienza, la mediazione. Sembra che ora sia più importante fare presto, essere forti, decisi.

La democrazia attuale non è certo diffusa, vissuta consapevolmente, anzi sembra una dittatura mascherata. Nella mia situazione attuale (che mi sembra condivisa anche da altri che vivono l’esperienza dell’opposizione) questo disagio si tocca con mano: infatti, se si propone il dibattito si perde tempo, se si è contrari non si è realisti, se facciamo proposte magari meno appariscenti ma più attente alle persone siamo troppo idealisti… (la prova è che molti lasciano strada facendo).

Un altro motivo del cambiamento in politica - forse il più importante - è dato dal fatto che sono le leggi economiche a regolare i processi politici. Una persona può decidere di entrare in politica e se dispone di soldi e/o di mezzi pubblicitari può essere eletta perché attraverso il potere dei media può catturare il consenso della maggioranza, anche se sappiamo che tale consenso può essere manovrato, non libero, carpito con informazioni forse poco veritiere.

La democrazia richiede un percorso lungo, laborioso, domanda dei passaggi a vari livelli di partecipazione, chiede l’accettazione di qualche compromesso, inteso non come concessione accomodante e comoda, ma come rinuncia ad alcune peculiarità per raggiungere un accordo attorno a quello che dalla maggioranza viene considerato il bene comune. Ma questo percorso domanda stanchezza e tempi lunghi che contrastano con le esigenze del nostro tempo dove sembra che l’imperativo sia quello di avere tutto, subito e magari con il minor costo; in questa corsa ad avere la peggio sono coloro che non sono forti, svelti, potenti. La riprova che è l’economia a dettare le regole della politica è la constatazione che molti sindaci delle città più grandi il presidente della Regione ed altri onorevoli eletti nelle file dei candidati del Polo provengono dal mondo industriale (Destro a Padova, Sironi a Verona, Albertini a Milano) o erano funzionari delle società di Berlusconi.

La mia lista si chiamava “Gente Comune” perché voleva essere attenta a tutte le persone che formano la comunità, voleva lavorare insieme per gestire la scuola, le strade, i trasporti, le immondizie, tutto ciò che è utile ad una comunità. Nel periodo dell’amministrazione ho trovato una certa corrispondenza, ma contemporaneamente la voce di chi prometteva più sviluppo, ricchezza, ma soprattutto forza nel difendere i propri privilegi di veneti onesti e lavoratori, di curare i propri interessi; è stata ammaliante e la gente pensa ora di avere proprio bisogno di questo: di qualcuno che difenda i loro interessi ed il loro mondo.

A conclusione, ribadisco che di fronte alla proposta della testimonianza mi assale una sensazione di fallimento, una sensazione negativa, poiché ormai mi sento “fuori”, un po’ al margine del mondo “politico”, ma constatando che questa mia situazione non è molto diversa da quella vissuta da altre mie “colleghe in avventure politiche”, ho pensato che anche se ora siamo in una fase negativa era giusto raccontarla e fare insieme delle riflessioni, perché forse non si tratta della conclusione di una parabola, di un’esperienza, ma solo un passaggio difficile. E in questo momento non vedo vicina una ripresa della presenza delle donne, forse deve passare per una educazione/formazione che richiede tempi lunghi. Di positivo c’è il fatto che come donne abbiamo dimostrato di saper gestire il bene comune, valorizzando, in più, aspetti ed energie che noi donne siamo maggiormente in grado di individuare. Al negativo dobbiamo segnalare che forse il troppo coinvolgimento emotivo/personale ci domanda tanta fatica in più: ci si spende di più personalmente.

Sono

Anna Costa Mezzato di Carmignano di Brenta (PD)

. A provocare il mio interesse per la politica è stata la partecipazione ai Consigli Comunali del mio paese, ad incontri di formazione socio-politica organizzati, dove la consapevolezza di essere cittadini responsabili di scelte indotte o no, è diventata personale.

La mia esperienza è marginale rispetto a quella di Franca e di Antonietta; attualmente sono Consigliere Comunale di maggioranza, mentre in precedenza lo sono stata di minoranza. Proprio perché non c’è diretta responsabilità, il lavoro di gruppo è importante per alcune scelte di fondo. Sono d’accordo nel constatare le molteplici difficoltà, soprattutto quando per politica s’intende uno sviluppo armonico tra persone-economia-ambiente.

Questo non deve provocare disinteresse o disaffezione, ma ulteriore impegno e partecipazione politica per educarci ed educare al dialogo, al confronto, e perché no, alla critica costruttiva (fare strada senza farsi strada).

Il fatto di essere donna, oltre che moglie e madre, mi induce a riflettere sempre più, anche dal punto di vista educativo, che la casa e la famiglia sono ambiti dove coltivare la libertà fondamentale per essere cittadina del mio paese, della mia nazione e del mondo. Per me è urgente risvegliare in tutti, a partire da noi donne, un impegno di nuova moralità di fronte ai gravi problemi di ordine economico-finanziario, sanitario, sociale, culturale e ambientale.

E’ un invito a tante donne che ora si trovano nell’incertezza a partecipare attivamente nella politica proprio là dove c’è potere decisionale, consce che ognuna ha il suo pezzetto di mosaico per completare l’opera di Colui che ci vuole diversi ma insieme.

DIBATTITO

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2010-07-19 18:44 Читать похожую статью
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