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37Stratagemmi - Questo libro è dedicato alla mia agente-ninja, Jodi Reamer


37


Stratagemmi


Aro non raggiunse le guardie che, ansiose, lo attendevano sul lato nord della radura. Fece loro cenno di avvicinarsi.
Edward cominciò immediatamente a retrocedere, tirando per il braccio me ed Emmett. Arretrammo spediti, senza distogliere lo sguardo dalla minaccia che avanzava. Jacob fu più lento: aveva il pelo ritto sulle spalle e mostrava le zanne ad Aro. Mentre ci ritiravamo, Renesmee gli afferrò la coda; la teneva come un guinzaglio, costringendolo a restare con noi. Raggiungemmo la nostra famiglia nello stesso momento in cui i mantelli scuri tornarono a circondare Aro.
Restavano solo cinquanta metri a dividerci: la distanza che chiunque di noi poteva superare con un salto in una sola frazione di secondo.
Caius cominciò subito a litigare con Aro.
«Come fai ad accettare questa ignominia? Perché restiamo impotenti davanti a un crimine così scandaloso, coperto da un inganno tanto ridicolo?». Teneva le braccia rigide sui fianchi, le dita chiuse come artigli. Mi chiesi perché non si limitava a toccare Aro per comunicare la sua opinione. C'era già una divisione nei loro ranghi? Eravamo così fortunati?
«Perché è tutto vero», gli disse Aro calmo. «Ogni singola parola. Hai visto quanti testimoni sono pronti a confermare di aver visto crescere e maturare questa bambina miracolosa nel breve tempo in cui l'hanno conosciuta. Di aver percepito il calore del sangue che le pulsa nelle vene». Con un ampio gesto Aro indicò tutta la nostra schiera, da Amun a Siobhan.
Caius reagì in modo strano alle parole rasserenanti di Aro, sussultando lievemente nel sentire la parola "testimoni". La rabbia svanì dai suoi lineamenti, sostituita da una freddezza calcolatrice. Fissò i testimoni dei Volturi con espressione che sembrava vagamente... nervosa.
Anch'io fissai la marmaglia inferocita e vidi subito che non si poteva più descrivere come tale: la frenesia di agire si era trasformata in confusione. Fra la folla ribollivano conversazioni sussurrate che cercavano di dare un significato a quanto era accaduto.
Caius era accigliato, assorto nei suoi pensieri. La sua espressione meditativa attizzava le fiamme della mia rabbia che covava sotto la cenere e al tempo stesso mi preoccupava. E se il corpo di guardia avesse agito di nuovo secondo qualche segnale invisibile, com'era successo quando marciava? Angosciata, ispezionai il mio scudo: mi sembrava impenetrabile quanto prima. Lo flettei a formare una cupola bassa e ampia che modellava un arco sopra la nostra compagnia.
Sentivo i pennacchi di luce acuminati nei punti in cui si trovavano la mia famiglia e i miei amici: ognuno aveva un suo carattere individuale, che immaginavo sarei riuscita a riconoscere successivamente, con un po' di pratica. Riconoscevo già quello di Edward: era il più brillante di tutti. A preoccuparmi era lo spazio vuoto fra un punto e l'altro: non c'erano barriere fisiche davanti allo scudo e, se uno qualsiasi dei Volturi dotato di poteri fosse riuscito a infilarvisi, avrebbe protetto soltanto me. La fronte mi s'increspò mentre tiravo con attenzione l'armatura elastica per avvicinarla. Carlisle era il più lontano: feci arretrare lo scudo centimetro per centimetro, cercando di avvolgerlo nel modo più aderente possibile intorno al suo corpo.
Il mio scudo aveva l'aria di voler collaborare. Abbracciò la sua figura; quando Carlisle si spostò di lato per stare più vicino a Tanya, l'elastico si estese insieme a lui, guidato dalla sua luce.
Affascinata, attirai verso di me altri fili della struttura, avvolgendola stretta intorno a ogni sagoma luminosa amica o alleata. Lo scudo aderiva di sua spontanea volontà, muovendosi insieme con loro.
Era passato solo un secondo; Caius stava ancora riflettendo.
«I licantropi», mormorò infine.
Con improvviso panico, mi accorsi che la maggior parte dei licantropi non erano protetti. Stavo per estendere lo scudo fino a loro quando capii che, stranamente, percepivo comunque le loro scintille. Incuriosita, provai a ritrarre lo scudo, finché Amun e Kebi, all'estremità più lontana del nostro gruppo, ne furono estromessi, insieme ai lupi. Usciti i due dalla barriera protettiva, le loro luci sparirono. Non esistevano più per quel nuovo senso. I lupi avevano ancora la loro fiamma luminosa; o meglio, metà di loro l'avevano. Mmm... Estesi di nuovo lo scudo e, non appena Sam fu sotto la sua copertura, le scintille dei lupi tornarono a brillare.
A quanto pareva, la loro mente era molto più interconnessa di quanto immaginavo. Se l'alfa era all'interno del mio scudo, la mente di tutti gli altri era altrettanto protetta.
«Ah, fratello...», Aro rispose alla frase di Caius con uno sguardo addolorato.
«Difenderai anche quell'alleanza, Aro?», chiese perentorio Caius. «I Figli della Luna sono nostri nemici giurati dai tempi dei tempi. Li abbiamo cacciati fin quasi a farli estinguere in Europa e in Asia. Eppure Carlisle incoraggia un rapporto familiare con questi parassiti, senza dubbio nel tentativo di spodestarci. Per meglio proteggere il suo guasto stile di vita».
Edward si schiarì la voce rumorosamente e Caius lo guardò torvo. Aro si mise una mano sottile e delicata sul viso, come fosse imbarazzato per l'altro anziano.
«Caius, è pieno giorno», fece notare Edward indicando Jacob. «Questi non sono Figli della Luna, è chiaro. Non hanno alcun rapporto con i tuoi nemici dell'altra parte del mondo».
«Allevate dei mutanti qui in zona», gli ribatté Caius.
Edward contrasse la mascella e poi la rilassò, infine rispose pacato: «Non sono nemmeno licantropi. Aro ti può raccontare tutto, se non mi credi».
Non erano licantropi? Lanciai un'occhiata disorientata a Jacob. Sollevò le spalle enormi, poi le lasciò cadere: il suo modo di fare spallucce. Neanche lui sapeva di cosa parlava Edward.
«Caro Caius, ti avrei chiesto di non insistere su questo argomento se mi avessi messo a parte dei tuoi pensieri», mormorò Aro. «Anche se quelle creature si ritengono dei licantropi, non lo sono. Il termine più appropriato per definirli sarebbe "mutaforma". La scelta della forma di lupo è stata un puro caso. Poteva benissimo essere un orso, un'aquila, o una pantera, quando accadde la prima mutazione. Queste creature non hanno proprio nulla a che vedere con i Figli della Luna. Hanno ereditato dai loro padri solo la capacità di mutare. È genetica: non continuano la loro specie infettando altri, come i veri licantropi».
Caius guardò Aro torvo, con rabbia e anche qualcosa di più: un'accusa di tradimento, forse.
«Conoscono il nostro segreto», disse con voce incolore.
Edward sembrava sul punto di rispondere a quell'accusa, ma Aro lo anticipò. «Sono creature del nostro mondo soprannaturale, fratello. Forse sono ancora più legati di noi alla segretezza: è altamente improbabile che ci denuncino. Stai attento, Caius. Le accuse pretestuose non ci portano da nessuna parte».
Caius respirò a fondo e annuì. Si scambiarono uno sguardo lungo ed espressivo.
Credevo di avere capito ciò che stava dietro le parole formulate con tanta attenzione da Aro. Le false accuse non avrebbero contribuito a convincere i testimoni presenti, da nessuna delle due parti: Aro stava esortando Caius a passare alla strategia successiva. Mi chiesi se il motivo che stava dietro alla tensione tangibile fra i due anziani - il rifiuto di Caius di condividere i suoi pensieri tramite il tatto - fosse che a Caius non importava molto di dare spettacolo, non quanto ad Aro. Se Caius considerasse il massacro imminente molto più essenziale di una reputazione immacolata.
«Voglio parlare con l'informatrice», annunciò Caius all'improvviso, rivolgendo lo sguardo verso Irina.
Irina non prestava attenzione alla conversazione fra Caius e Aro: aveva il viso contorto per la sofferenza, gli occhi fissi sulle sorelle, allineate e pronte a morire. Le si leggeva in faccia che ormai era consapevole della falsità totale della sua accusa.
«Irina», abbaiò Caius, infastidito dal fatto di doverne richiamare l'attenzione.
Lei alzò lo sguardo, scossa e istantaneamente impaurita.
Caius schioccò le dita.
Esitante, lei si spostò dalle frange esterne della formazione dei Volturi per trovarsi di nuovo in piedi davanti a Caius.
«E così, a quanto pare, le tue accuse erano alquanto infondate», esordì Caius.
Tanya e Kate si sporsero in avanti, ansiose.
«Mi dispiace», sussurrò Irina. «Avrei dovuto verificare ciò che vedevo. Ma non avevo la minima idea che...». Fece un gesto debole nella nostra direzione.
«Caro Caius, come credi che potesse indovinare in un attimo qualcosa di così strano e impossibile?», chiese Aro. «Chiunque di noi avrebbe tratto le stesse conclusioni».
Caius schioccò le dita in direzione di Aro per zittirlo.
«Sappiamo tutti che hai fatto un errore», disse lui brusco. «Intendevo parlare delle tue motivazioni».
Irina aspettò nervosa che continuasse, poi ripeté: «Le mie motivazioni?».
«Sì, anzitutto cosa ti ha spinto a spiarli».
Irina sussultò sentendo la parola "spiare".
«Eri in contrasto con i Cullen, vero?».
Lei guardò Carlisle con occhi disperati. «Sì, è così», confessò.
«Perché?», la incalzò Caius.
«Perché i licantropi avevano ucciso il mio amico», sussurrò. «E i Cullen non si sono fatti da parte per lasciarmelo vendicare».
«I mutaforma, si chiamano», la corresse Aro con gentilezza.
«Quindi i Cullen si sono alleati con i mutaforma contro quelli della nostra razza, persino contro l'amico di un'amica», sintetizzò Caius.
Sentii Edward che emetteva un suono nauseato sottovoce. Caius stava spuntando una voce della sua lunga lista, cercando un'accusa che resistesse.
Irina irrigidì le spalle. «Io la vedo così».
Caius aspettò di nuovo, poi la imbeccò: «Se volessi fare un reclamo formale contro i mutaforma, e contro i Cullen per averli sostenuti, questo sarebbe il momento opportuno». Fece un sorrisino crudele, in attesa che Irina gli fornisse la sua prossima scusa.
Forse Caius non capiva le vere famiglie, i rapporti basati sull'amore e non sull'amore per il potere. Forse aveva sopravvalutato la forza trascinante della vendetta.
Irina alzò di scatto la mascella e raddrizzò le spalle.
«No, non ho reclami da fare contro i lupi né contro i Cullen. Oggi voi siete venuti per distruggere una bambina immortale. Ma non esiste nessuna bambina immortale. È stato un mio errore e me ne assumo completamente la responsabilità. Ma i Cullen sono innocenti e non avete più motivo di trovarvi qui. Mi scuso infinitamente», disse rivolta a noi, poi si girò in direzione dei testimoni dei Volturi. «Non c'è stato alcun crimine. Non ci sono più motivi validi per la vostra presenza qui».
Mentre lei parlava Caius alzò la mano, in cui reggeva uno strano oggetto di metallo inciso e decorato.
Era un segnale. La reazione fu talmente veloce che assistemmo tutti increduli e sconvolti a ciò che accadde. Finì prima ancora che ci fosse il tempo di reagire.
Tre soldati dei Volturi fecero un balzo in avanti e Irina fu completamente oscurata dai loro mantelli grigi. Nello stesso istante, dalla radura si levò un orribile stridore metallico. Caius entrò strisciando al centro della mischia grigia, e quel grido stridulo e sconvolgente esplose subito in un sorprendente geyser di scintille e lingue di fuoco. I soldati arretrarono con un balzo da quell'inferno improvviso, riprendendo subito i propri posti nella linea perfettamente retta del corpo di guardia.
Caius restò solo a fianco dei resti ardenti di Irina e l'oggetto di metallo che teneva in mano emanava ancora una densa fiammata in direzione della pira.
Con un lieve scatto, il getto di fuoco che usciva dalla mano di Caius sparì. Dalla massa di testimoni dietro ai Volturi si levò un rantolo.
Noi eravamo troppo sbigottiti per fare alcun rumore. Un conto era sapere che la morte arrivava a velocità incredibile e inarrestabile; un altro vederla in diretta.
Caius sorrise, freddo. «Finalmente si è assunta tutta la responsabilità delle sue azioni».
Il suo sguardo balenò sulla nostra prima linea, soffermandosi rapidamente sulle sagome immobili di Tanya e Kate.
In quell'attimo capii che Caius non aveva mai sottovalutato il legame di una vera famiglia. Era questo lo stratagemma, non altri. Non voleva il reclamo di Irina: voleva la sua sfida. Una scusa per distruggerla, per scatenare la violenza che riempiva l'aria come una foschia spessa e combustibile. Lui aveva gettato il fiammifero.
La pace innaturale di quell'incontro traballava già peggio di un elefante su una fune. Se lo scontro fosse iniziato, non ci sarebbe stato modo di fermarlo. Sarebbe cresciuto fino a che uno dei due contendenti fosse stato annientato del tutto. Nella fattispecie, noi. Caius lo sapeva.
E anche Edward.
«Fermatele!», gridò Edward, precipitandosi ad afferrare per un braccio Tanya, mentre lei saltava verso il sorridente Caius con un folle grido di rabbia cruda. Non riuscì a scrollarsi di dosso Edward solo perché Carlisle le aveva stretto le braccia intorno alla vita.
«È troppo tardi per aiutarla», rifletté pressante mentre lei si dibatteva. «Non dargli quello che vuole!».
Trattenere Kate fu più difficile. Gridando senza parole come Tanya, si lanciò nel primo passo dell'attacco che sarebbe finito con la morte di tutti. Rosalie era la più vicina a lei ma, prima che potesse bloccarla, Kate se la scrollò di dosso con tanta violenza da scaraventarla a terra. Emmett prese Kate per il braccio e la scagliò giù, poi arretrò barcollando, con le ginocchia che cedevano. Kate si rialzò in piedi, sembrava inarrestabile.
Garrett le si avventò addosso, atterrandola di nuovo. La strinse con le braccia, serrando le mani intorno ai propri polsi. Vidi gli spasmi che gli percorrevano il corpo mentre lei gli dava la scossa. Lui alzò gli occhi al cielo, ma non mollò la presa.
«Zafrina», gridò Edward.
Lo sguardo di Kate si fece vacuo e le sue grida si trasformarono in gemiti. Tanya smise di fare resistenza.
«Ridammi la mia vista», sibilò Tanya.
Disperatamente, ma con tutta la delicatezza di cui ero capace, resi lo scudo ancora più attillato intorno alle scintille dei miei amici, togliendolo piano a Kate e cercando, nello stesso tempo, di mantenerlo intorno a Garrett, creando una pellicola sottile fra loro.
Allora Garrett riprese il controllo, tenendo ferma Kate sulla neve.
«Se ti lascio alzare, mi atterri di nuovo, Katie?», le sussurrò.
Per tutta risposta lei ringhiò, dibattendosi ancora come una forsennata.
«Ascoltatemi, Tanya, Kate», disse Carlisle in un sussurro lieve ma partecipe. «Al momento, vendicarla non serve a niente. Irina non vorrebbe vedervi sprecare così la vostra vita. Pensate a quello che state facendo. Se li assalite, moriremo tutti».
Tanya, le spalle incurvate per il dolore, si appoggiò a Carlisle. Kate finalmente restò immobile. Carlisle e Garrett continuarono a consolare le due sorelle con parole troppo pressanti per sembrare di conforto.
Tornai a rivolgere l'attenzione agli sguardi fissi che calavano pesanti sul nostro momento di confusione. Con la coda dell'occhio vedevo che Edward e tutti gli altri, esclusi Carlisle e Garrett, avevano di nuovo assunto la posizione di guardia.
Lo sguardo più truce di tutti arrivava da Caius, che fissava incredulo Kate e Garrett a terra sulla neve. Anche Aro li guardava e sul viso gli si leggeva un'espressione incredula. Sapeva di cosa era capace Kate. Aveva sentito la sua potenza nei ricordi di Edward.
Capiva cosa stava succedendo ora? Capiva che il mio scudo era cresciuto in forza e capacità di penetrazione ben più di quanto Edward mi sapeva capace? O pensava che Garrett avesse sviluppato una propria forma d'immunità?
Il corpo di guardia dei Volturi non era più sull'attenti: erano accucciati, pronti a lanciare il contrattacco appena avessimo agito.
Dietro di loro, quarantatré testimoni assistevano con espressioni molto diverse da quelle che avevano quando erano entrati nella radura. La confusione si era trasformata in sospetto. L'uccisione di Irina, veloce come la luce, li aveva scossi. Che male aveva fatto?
Senza la reazione immediata su cui Caius aveva contato per distogliere l'attenzione dal suo gesto sconsiderato, i testimoni dei Volturi si ritrovavano a chiedersi cosa stesse succedendo. Aro guardò di sfuggita alle sue spalle mentre lo osservavo e il volto tradì un barlume di contrarietà. Il suo bisogno di pubblico si era ritorto contro di lui.
Sentii Stefan e Vladimir mormorare esultanti per il disagio di Aro.
Lui ovviamente era preoccupato di mantenere la sua patina di correttezza, come avevano detto i rumeni. Ma non credevo che i Volturi ci avrebbero lasciati in pace solo per salvarsi la reputazione. Dopo aver finito con noi, sicuramente erano pronti a massacrare i loro testimoni. Provai una pietà strana e repentina per la massa di sconosciuti che i Volturi si erano portati dietro perché ci vedessero morire. Demetri avrebbe dato la caccia a tutti finché anche loro non si fossero estinti.
Per Jacob e Renesmee, per Alice e Jasper, per Alistair e per tutti gli sconosciuti che non avevano saputo quanto avrebbero pagato quella giornata, Demetri doveva morire.
Aro toccò piano la spalla di Caius. «Irina è stata punita per aver fornito falsa testimonianza contro questa bambina». Quindi sarebbe stata quella la loro scusa. Continuò. «Non trovi che dovremmo tornare a occuparci delle questioni più imminenti?».
Caius si raddrizzò e la sua espressione s'irrigidì fino a diventare inintelligibile. Guardava davanti a sé senza dire nulla. Il suo viso, stranamente, mi ricordava quello di una persona che aveva appena scoperto di essere stata declassata.
Aro fluttuò verso le prime file e Renata, Felix e Demetri si mossero automaticamente con lui.
«Tanto per essere precisi», disse, «vorrei parlare con alcuni dei tuoi testimoni. Le formalità le conosci, vero?». Liquidò il discorso con un gesto della mano.
Due fatti successero contemporaneamente. Caius puntò lo sguardo su Aro e sfoderò di nuovo quel suo sorrisino crudele. Ed Edward sibilò, stringendo i pugni così forte da dare l'impressione che le ossa delle nocche potessero spuntare da quella pelle dura come il diamante.
Morivo dal bisogno di chiedergli cosa stesse succedendo, ma Aro era abbastanza vicino da udire anche il sussurro più tenue. Vidi Carlisle che fissava ansioso il viso di Edward, poi anche la sua espressione s'indurì.
Mentre Caius era andato a tentoni usando accuse inutili e tentativi scriteriati per scatenare lo scontro, Aro doveva aver escogitato una strategia più efficace.
Aro si mosse come un fantasma attraversando la neve fino all'estremità occidentale del nostro schieramento, fermandosi a una decina di metri da Amun e Kebi. I lupi vicini rizzarono il pelo, rabbiosi, ma mantennero la posizione.
«Ah, Amun, mio vicino delle terre del Sud!», disse cordiale. «È passato tanto tempo da quando sei venuto a trovarmi».
Amun era immobile per l'ansia, Kebi una statua al suo fianco. «Il tempo non significa molto: non mi accorgo mai del suo trascorrere», disse Amun senza muovere le labbra.
«È verissimo», convenne Aro. «Ma forse c'era un altro motivo per cui vi siete tenuti alla larga?».
Amun non parlò.
«Organizzare i nuovi arrivati per formare un clan richiede davvero molto tempo. Io lo so benissimo! Sono felice di avere altre persone che si occupino di quella seccatura. E sono felice che quelli che si sono aggregati di recente si siano ambientate così bene. Mi sarebbe piaciuto che me li presentassi. Sono sicuro che stavi per venirmi a trovare molto presto».
«Ma certo», disse Amun con un tono talmente privo di emozioni che era impossibile stabilire se il suo assenso contenesse sarcasmo o paura.
«Be', ora siamo qui tutti insieme! Non è una circostanza squisita?».
Amun annuì inespressivo.
«Ma purtroppo il motivo della tua presenza qui non è altrettanto piacevole. Carlisle ti ha chiamato per fare da testimone?».
«Sì».
«E di cosa sei stato testimone per lui?».
Amun parlò con la stessa gelida mancanza di emozioni. «Ho osservato la bambina in questione. Quasi immediatamente è stato palese che non fosse una bambina immortale...».
«Forse dovremmo definire la nostra terminologia», disse Aro, «ora che, a quanto pare, ci sono nuove classificazioni. Parlando di bambina immortale, naturalmente, intendi una bambina umana che è stata morsa e quindi trasformata in vampiro».
«Intendo proprio questo».
«Che altro hai osservato sulla bambina?».
«Le stesse immagini che di sicuro hai visto nella mente di Edward. Che la bambina è la sua figlia naturale. Che cresce. Che apprende».
«Sì, sì», disse Aro, con una traccia d'impazienza in quel tono altrimenti affabile. «Ma nello specifico, durante le prime settimane passate qui, cosa hai visto?».
Amun increspò la fronte. «Che cresce... in fretta».
Aro sorrise. «E ritieni che dovremmo permetterle di vivere?».
Mi sfuggì un sibilo dalle labbra, e non fui l'unica. Metà dei vampiri fra le nostre file fece eco alla mia protesta. Fu un sordo ribollire di rabbia sospeso nell'aria. Dall'altra parte del prato, alcuni testimoni dei Volturi emisero lo stesso suono. Edward fece un passo indietro e mi strinse il polso con la mano, per trattenermi.
Il rumore non indusse Aro a voltarsi, ma Amun si guardò intorno, a disagio.
«Non sono venuto qui per emettere sentenze», rispose ambiguo.
Aro ridacchiò. «Mi basta la tua opinione».
Amun sollevò il mento. «Secondo me, la bambina non rappresenta un pericolo. Impara ancor più rapidamente di quanto impieghi a crescere».
Aro annuì, meditabondo. Dopo un attimo si girò e se ne andò.
«Aro?», lo chiamò Amun.
Aro tornò indietro con una giravolta. «Sì, amico mio?».
«Ho fornito la mia testimonianza. Il mio compito qui è finito. Io e la mia compagna ora vorremmo congedarci».
Aro sorrise cordiale. «Ma certo. Sono felice che abbiamo avuto l'occasione di conversare. E sono certo che ci rivedremo presto».
Le labbra di Amun erano un'unica riga contratta mentre chinava il capo, prendendo atto di quella malcelata minaccia. Sfiorò il braccio a Kebi, poi i due corsero rapidi verso l'estremità meridionale del prato e sparirono fra gli alberi. Sapevo che non avrebbero smesso di correre tanto presto.
Aro stava ripercorrendo il nostro schieramento con movimenti lievi, diretto a est, mentre le sue guardie incombevano piene di tensione. Si fermò quando si trovò davanti alla figura massiccia di Siobhan.
«Salve, cara Siobhan. Sei carina come sempre».
Siobhan inclinò il capo, in attesa.
«E tu?», le chiese. «Risponderesti alle mie domande come ha fatto Amun?».
«Certo», rispose Siobhan. «Ma forse aggiungerei dell'altro. Renesmee ha una comprensione chiara dei limiti. Non rappresenta un pericolo per gli umani, anzi, s'integra con loro molto meglio di noi. Non rischia di tradire il nostro anonimato in nessun modo».
«Non te ne viene in mente proprio nessuno?», chiese serio Aro.
Edward ringhiò, un suono basso e lacerante che veniva dal fondo della gola.
Gli occhi cremisi e velati di Caius si accesero.
Renata si avvicinò protettiva al suo signore.
Garrett lasciò libera Kate di fare un passo avanti, ignorando la sua mano mentre cercava di trattenerlo.
Siobhan rispose piano: «Non capisco cosa intendi».
Aro arretrò silenzioso e leggero, con noncuranza ma diretto verso il suo corpo di guardia. Renata, Felix e Demetri lo seguivano come un'ombra.
«Non è stata infranta alcuna legge», disse Aro con voce conciliante, ma capivamo tutti che stava per arrivare una precisazione.
Soffocai la rabbia che cercava di risalirmi a unghiate lungo la gola per sfogare in un ringhio la volontà di sfida. Scagliai tutta la furia nel mio scudo, ispessendolo e assicurandomi che tutti fossero protetti.
«Non è stata infranta alcuna legge», ripete Aro. «Ne consegue tuttavia che non c'è pericolo? No». Scosse piano la testa. «Questo è un problema distinto».
L'unica reazione fu il tendersi di nervi già al lumicino e Maggie, al limite della nostra banda di combattenti, scosse il capo con una rabbia lenta.
Aro camminava a grandi passi, riflettendo, e sembrava che fluttuasse invece di toccare la terra con i piedi. Notai che a ogni passaggio si avvicinava sempre più alla protezione del suo corpo di guardia.
«La bambina è unica... Totalmente e assurdamente unica. Sarebbe un tale spreco distruggere una cosa così adorabile. Soprattutto quando ci sarebbe così tanto da imparare...». Sospirò, come se non volesse continuare. «Però un pericolo esiste e non si può semplicemente ignorare».
Nessuno rispose alla sua affermazione. Calò un silenzio di tomba mentre proseguiva in un monologo che sembrava recitare solo per sé.
«Quale ironia della sorte che, al progredire degli umani, mano a mano che la loro fede nella scienza cresce e controlla il loro mondo, su di noi incomba sempre meno il pericolo di farci scoprire. Eppure, mentre diventiamo sempre più disinibiti grazie alla loro incredulità nei confronti del soprannaturale, essi divengono così forti con la loro tecnologia che, se lo volessero, potrebbero davvero costituire una minaccia per noi, e persino distruggere alcuni di noi. Per migliaia e migliaia di anni la nostra segretezza è stata soprattutto una questione di convenienza, di praticità, e non di vera e propria sicurezza. Quest'ultimo secolo rozzo e rabbioso ha dato alla luce armi così potenti da mettere in pericolo persino gli immortali. Oggi la fama di esseri mitologici di cui godiamo, in verità, ci protegge dalle creature deboli cui diamo la caccia. Questa bambina portentosa...», e sollevò il palmo della mano come se avesse dovuto appoggiarlo su Renesmee, anche se si trovava a quaranta metri di distanza da lei ed era quasi rientrato nella formazione dei Volturi. «Ah, se potessimo conoscere le sue potenzialità, sapere con certezza assoluta che resteranno sempre avvolte dall'oscurità che ci protegge. Ma non sappiamo niente di ciò che diventerà! I suoi stessi genitori sono angustiati dalla paura per il suo futuro. Non possiamo sapere con certezza cosa diventerà da grande». Fece una pausa, guardando prima i nostri testimoni, e poi, in modo eloquente, i suoi. La voce imitava molto bene qualcuno che era lacerato dalle proprie parole.
Senza staccare gli occhi dai suoi testimoni, proseguì. «Solo ciò che si conosce è sicuro. Solo ciò che si conosce è tollerabile. Ciò che è sconosciuto è... un punto debole».
Il sorriso di Caius si allargò, malvagio.
«Stai traendo conclusioni affrettate, Aro», disse Carlisle, con voce cupa.
«Pace, amico mio», disse Aro sorridente, il volto gentile e la voce cortese come sempre. «Non precipitiamo le cose. Guardiamole da tutti i punti di vista».
«Posso offrire un mio punto di vista?», supplicò Garrett in tono pacato, facendo un altro passo avanti.
«Prego, nomade», disse Aro, con un cenno di assenso.
Garrett alzò il mento. Gettò lo sguardo sulla massa accalcata in fondo al prato e si rivolse direttamente ai testimoni dei Volturi.
«Sono venuto qui su richiesta di Carlisle, come gli altri, per fare da testimone», disse. «Il che di sicuro non si rende più necessario, per quanto riguarda la bambina. Vediamo tutti che cos'è. Ma sono rimasto a fare da testimone a qualcos'altro. A voi». Puntò il dito verso i vampiri diffidenti. «Conosco almeno due di voi - Makenna e Charles - e vedo che molti altri sono girovaghi, vagabondi come me. Che non rispondono a nessun padrone. Riflettete attentamente su quel che vi dico ora.
Questi anziani non sono venuti qui in cerca di giustizia come vi hanno detto. Noi l'avevamo già sospettato, e ora ce ne danno la prova. Sono arrivati qui fuorviati, eppure con una scusa valida per l'azione che avevano in programma. Ora siate testimoni del fatto che cercano scuse deboli per proseguire con la loro vera missione. Siate testimoni del fatto che si sforzano di trovare una giustificazione per il loro vero scopo: distruggere questa famiglia». Con un cenno indicò Carlisle e Tanya.
«I Volturi sono venuti a eliminare quelli che percepiscono come rivali. Forse anche voi, come me, guardate gli occhi dorati dei membri di questo clan e ne restate stupiti. È vero, è difficile capirli. Ma gli anziani guardano e vedono qualcosa al di là della loro strana scelta. Vedono il vero potere.
Con i miei occhi sono stato testimone dei legami che corrono fra i membri di questa famiglia: e dico famiglia, non congrega. Questi strani vampiri dagli occhi dorati rinnegano la propria stessa natura. Ma in cambio hanno forse trovato qualcosa che vale ancora di più della semplice gratificazione del desiderio? Nel tempo passato qui, li ho studiati un pochino e mi sembra che la qualità intrinseca di questi intensi legami di famiglia, anzi, ciò che li rende possibili, sia il carattere pacifico di una vita fatta di sacrifici. Qui non ci sono aggressioni come abbiamo osservato tutti nei grandi clan meridionali, cresciuti e diminuiti rapidamente a furia di faide selvagge. Non c'è sete di dominio. E Aro lo sa meglio di me».
Osservai il viso di Aro mentre le parole di Garrett lo accusavano, in preoccupata attesa di una reazione di qualche tipo. Ma Aro aveva un'espressione di gentilezza divertita, come se esercitasse la pazienza perché il bambino capriccioso si accorgesse che nessuno prestava attenzione alla sua scenata.
«Carlisle ha garantito a noi tutti, quando ci ha detto cosa ci aspettava, che non ci aveva chiamati qui per combattere. Questi testimoni», Garrett indicò Siobhan e Liam, «hanno accettato di fornire le prove, di rallentare l'avanzata dei Volturi con la loro presenza, così che Carlisle potesse avere modo di perorare la sua causa. Ma alcuni di noi si sono chiesti», e qui scoccò un'occhiata al viso di Eleazar, «se il fatto che Carlisle avesse la verità dalla sua potesse bastare a fermare la cosiddetta giustizia. I Volturi sono qui per proteggere la sicurezza del nostro segreto, o per proteggere il loro potere? Sono venuti a distruggere una creazione illecita, o uno stile di vita? Non potrebbero accontentarsi del fatto che il pericolo si è rivelato un semplice malinteso? Oppure procederanno anche senza la scusa di fare giustizia?
Abbiamo già la risposta a tutte queste domande. L'abbiamo sentita nelle parole mendaci di Aro - una dei nostri ha il dono di sapere per certo chi mente - e ormai la vediamo nel sorriso impaziente di Caius. Il loro corpo di guardia è soltanto un'arma priva d'intelligenza, uno strumento della sete di dominio dei loro padroni.
Ora dunque ci sono altre domande cui voi dovete assolutamente rispondere. Chi vi comanda, nomadi? Rispondete alla volontà di qualcun altro, oltre alla vostra? Siete liberi di scegliere la vostra strada, o saranno i Volturi a decidere delle vostre vite? Io sono venuto per testimoniare. Ora rimango per combattere. Ai Volturi non importa niente che muoia una bambina. Vogliono che muoia il nostro libero arbitrio».
Poi si girò verso gli anziani. «Venite, dunque, vi dico! Finiamola con le false razionalizzazioni. Siate sinceri nelle vostre intenzioni e noi lo saremo nelle nostre. Noi difenderemo la nostra libertà. Voi deciderete se attaccarla o meno. Scegliete ora, e mostrate a questi testimoni qual è il vero problema in discussione qui».
Guardò di nuovo i testimoni dei Volturi, scrutando ogni viso a fondo. Il potere delle sue parole era evidente nelle loro espressioni. «Potreste pensare di unirvi a noi. Se credete che i Volturi vi lasceranno restare vivi a raccontare ciò che è successo qui, vi sbagliate. Potremmo essere tutti annientati», disse alzando le spalle, «oppure no. Forse le nostre forze sono meno impari di quanto credono. Forse i Volturi finalmente hanno trovato qualcuno in grado di tener loro testa. In ogni caso, vi prometto questo: se noi cadremo, sarà lo stesso per voi».
Terminò il suo discorso accalorato facendo un passo indietro per tornare al fianco di Kate e poi saltò in avanti e si rannicchiò in guardia, pronto al massacro.
Aro sorrise. «Proprio un bel discorso, mio rivoluzionario amico».
Garrett rimase in posizione di attacco. «Rivoluzionario?», ruggì. «Contro chi mi starei ribellando, se è lecito chiederlo? Sei forse il mio re? Vuoi che ti chiami Signore anch'io, come quei leccapiedi delle tue guardie?».
«Pace, Garrett», disse Aro tollerante. «Mi riferivo solo ai tempi in cui sei nato. Sei ancora un patriota, vedo».
Garrett gli rispose con un'occhiata feroce.
«Chiediamolo ai nostri testimoni», propose Aro. «Ascoltiamo i loro pensieri prima di prendere una decisione. Dite, amici», ci diede le spalle con naturalezza, avanzando di qualche metro in direzione della sua massa di osservatori nervosi, che ora ondeggiava sempre più vicina al limitare della foresta, «cosa ne pensate di tutto ciò? Posso garantire che la bambina non è quello che temevamo. Ci assumiamo il rischio di lasciarla sopravvivere? Mettiamo in pericolo il nostro mondo per conservare intatta la loro famiglia? Oppure ha ragione lo schietto Garrett? Vi unirete a loro per contrastare la nostra improvvisa sete di dominio?».
I testimoni incrociarono il suo sguardo con espressioni caute. Una donna minuta dai capelli neri diede un'occhiata fugace all'uomo biondo scuro che le stava a fianco.
«Queste sono le uniche scelte che abbiamo?», chiese d'un tratto, tornando con lo sguardo ad Aro. «Dichiararci d'accordo con te, o combattere contro di te?».
«Certo che no, affascinante Makenna», disse Aro, apparentemente scandalizzato al pensiero che qualcuno avesse tratto quella conclusione. «Potete andarvene in pace, naturalmente, come ha fatto Amun, anche se non siete d'accordo con la decisione del consiglio».
Makenna guardò di nuovo il suo compagno in viso e lui ebbe un cenno d'assenso.
«Non siamo venuti qui per combattere». Fece una pausa, espirò, poi aggiunse: «Siamo venuti qui a fare da testimoni. E la nostra testimonianza è che la famiglia sotto processo è innocente. Tutto ciò che Garrett ha affermato è vero».
«Ah», disse Aro triste. «Mi spiace che tu ci veda così. Ma è questa la natura del nostro compito».
«Non è ciò che vedo, ma ciò che sento», disse il biondo compagno di Makenna con voce acuta e nervosa. Guardò Garrett. «Garrett dice che hanno i mezzi per scoprire le bugie. Anch'io so quando sento una verità e quando invece non è così». Con gli occhi spaventati si avvicinò alla sua compagna, in attesa della reazione di Aro.
«Non temerci, amico Charles. Senza dubbio il patriota crede davvero in quello che dice», ridacchiò Aro spensierato, e Charles affilò lo sguardo.
«Questa è la nostra testimonianza», disse Makenna. «Ora ce ne andiamo».
Lei e Charles arretrarono lenti, senza girarsi prima di sparire alla vista fra gli alberi. Un altro sconosciuto cominciò a ritirarsi per quella stessa via, poi altri tre gli corsero dietro.
Studiai i trentasette vampiri rimasti. Alcuni sembravano troppo confusi per prendere una decisione. Ma la maggioranza appariva fin troppo consapevole della direzione presa da questa sfida. Immaginai che stessero rinunciando al vantaggio iniziale per capire con precisione chi li avrebbe poi inseguiti.
Ero sicura che anche Aro lo avesse compreso. Distolse lo sguardo e tornò dal suo corpo di guardia a passi lunghi e misurati. Si fermò davanti a loro e li arringò con voce limpida.
«Siamo in minoranza, carissimi», disse. «Non possiamo aspettarci alcun aiuto dall'esterno. Dobbiamo lasciare la questione irrisolta per salvarci la vita?».
«No, Signore», sussurrarono all'unisono.
«La protezione del nostro mondo può valere la probabile perdita di alcuni di noi?».
«Sì», mormorarono. «Non abbiamo paura».
Aro sorrise e si girò verso i suoi compagni nerovestiti.
«Fratelli», disse cupo, «ci sono molti fattori da valutare».
«Consultiamoci», disse ansioso Caius.
«Consultiamoci», ripeté Marcus, in tono indifferente.
Aro ci voltò di nuovo le spalle, rivolgendosi verso gli altri anziani. Si presero per mano e formarono un triangolo avvolto di nero.
Non appena l'attenzione di Aro fu catturata da quel muto consulto, altri due loro testimoni si dileguarono in silenzio nella foresta. Per il loro bene sperai che fossero molto veloci.
Quindi il momento era giunto. Con cura, mi sciolsi dall'abbraccio di Renesmee.
«Ti ricordi quello che ti ho detto?», le chiesi.
Gli occhi le si riempirono di lacrime, ma annui. «Ti voglio tanto bene», sussurrò.
Ora Edward ci guardava, gli occhi color topazio spalancati. Jacob ci fissava con la coda dell'occhio grande e scuro.
«Anch'io ti voglio tanto bene», dissi, poi toccai il suo medaglione. «Più della mia stessa vita». La baciai sulla fronte.
Jacob gemette, a disagio.
Mi alzai in punta di piedi e gli sussurrai all'orecchio: «Aspetta che siano completamente distratti, poi scappa con lei. Allontanati da questo posto più che puoi. Quando ti sei allontanato il più possibile a piedi, lei ha il necessario per farvi salire su un aereo».
I volti di Edward e Jacob erano maschere d'orrore pressoché identiche, tranne il fatto che una apparteneva a un animale.
Renesmee si sporse verso Edward e lui la strinse fra le braccia. Si abbracciarono forte.
«È questo che mi tenevi nascosto?», mi sussurrò sopra la testa di nostra figlia.
«Non a te, ad Aro», mormorai.
«Per via di Alice?».
Annuii.
Sul suo viso si dipinse una dolorosa smorfia di comprensione. Forse la stessa che era apparsa sul mio volto quando finalmente avevo collegato tutti gli indizi forniti da Alice?
Jacob ringhiava piano, un suono stridulo e basso, ma regolare e ininterrotto come se stesse facendo le fusa. Aveva il pelo del collo ritto e i denti scoperti.
Edward baciò Renesmee sulla fronte e sulle guance, poi la sollevò per issarla sulla schiena di Jacob. Lei salì con agilità, tenendosi alla sua pelliccia, e trovò posto facilmente nell'incavo fra quelle enormi scapole.
Jacob si girò verso di me, gli occhi espressivi pieni di tormento, con quel ruggito tonante che gli straziava ancora il petto.
«Sei l'unico cui potremmo affidarla», gli mormorai. «Se tu non l'amassi tanto, non potrei mai sopportare questo momento. So che sei in grado di proteggerla, Jacob».
Gemette di nuovo e chinò la testa per darmi dei colpetti sulla spalla.
«Lo so», sussurrai. «Anch'io ti voglio tanto bene, Jake. Sarai sempre il mio testimone di nozze».
Sulla pelliccia rossastra sotto l'occhio gli scorreva una lacrima grande quanto una palla da baseball.
Edward posò il capo sulla stessa spalla dove aveva collocato Renesmee. «Addio, Jacob, fratello mio... figlio mio».
Agli altri non sfuggì quella scena d'addio. Avevano gli occhi fissi sul triangolo nero silenzioso, ma capivo che ci stavano ascoltando.
«Allora non c'è speranza?», chiese Carlisle in un sussurro. Nella sua voce non c'erano tracce di paura. Solo risolutezza e rassegnazione.
«Certo che c'è», gli risposi. ^ E potrebbe essere vero, mi dissi. «Io conosco solo il destino che spetta a me».
Edward mi prese la mano. Sapeva che anche lui era compreso in quel destino. Parlando del mio destino, era ovvio che intendessi entrambi. Eravamo le due metà di un intero.
Esme, dietro di me, respirava a fatica. Ci passò davanti, sfiorandoci il viso in una carezza, per andare a mettersi a fianco di Carlisle e stringergli la mano.
Di colpo fummo circondati di mormorii di addio e dichiarazioni di affetto.
«Se sopravviviamo a tutto questo», sussurrò Garrett a Kate, «ti seguirò ovunque, donna».
«Adesso si è deciso a dirmelo», borbottò lei.
Rosalie ed Emmett si diedero un bacio rapido ma appassionato.
Tia accarezzò Benjamin sul viso. Lui ricambiò il sorriso, sereno, trattenendo la sua mano contro la guancia.
Non vidi tutte le espressioni d'amore e di dolore. Mi distrasse un'improvvisa pressione che picchiettava contro l'esterno del mio scudo. Non capivo da dove venisse, ma sembrava diretta verso gli estremi del nostro gruppo, in particolare Siobhan e Liam. La pressione non creò danni e poi sparì.
Non ci fu alcun mutamento nelle forme silenziose e immobili degli anziani a consiglio. Ma forse qualche segnale mi era sfuggito.
«State pronti», sussurrai agli altri. «Si comincia». 2010-07-19 18:44 Читать похожую статью
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